La mattinata di ieri è stata simile a quella di quindici anni fa quando ci svegliammo senza più Capello, solo che Capello ce l'avevamo avuto, Conte mai. Per il cuore poco cambia, come dire: temperatura reale e quella percepita, ugualmente umore sotto lo zero. Perché è ovvio che la Roma continua pure senza Conte (vale per Falcao, Totti, Losi, ecc. figurate, de che stamo a parla'?) ma è pure ovvio che con Conte sarebbe stato diverso: oggi avrebbe rappresentato, proprio in questo momento, proprio dopo questa stagione esattamente quello che avevamo chiesto più di un mese fa alla Roma: La Mossa. Il rilancio. Il gesto per dimostrare ai tifosi che questa è stata solo una stagione sbagliata, che c'è futuro. Una roccia a cui aggrapparsi mentre ancora stiamo scivolando giù scalzi (a Genova ha rifatto male vedere la Roma stramolle, stravulnerabile di questa stagione strainsopportabile).

Conte avrebbe significato controsterzare, rilanciare, non starci, andarci in puzza di brutto e rimetterla ancora meglio di prima, dire a tutti "guardate che questa stagione è andata a male, ma so' più vere le altre cinque ed è più vero quello che speravate". E magari persino convincere quelli che non avevano mai creduto e che quest'anno hanno banchettato (sigh, a ragione) coi loro te l'avevo detto. Nel cercare di prendere Conte la Roma è andata incontro a tutto questo, ha fatto - dopo un po' di tempo - la cosa che speravano i tifosi: ancor prima di colmare un vuoto tecnico e di scegliere un tecnico di livello assoluto è andata incontro alle speranze e ai sogni di una tifoseria provata.

Dopo tre settimane di attesa in cui Conte ha studiato il progetto fino alla telefonata di venerdì per dire no grazie sarà per la prossima volta, se prima l'esigenza di fare qualcosa era grande ora è enorme. Proprio perché sembrava fatta, proprio perché all'inizio in molti pensavano fosse impossibile e poi (quasi) alle fine t'ha detto no. La Roma adesso si ritrova con quel no e con quel buco tecnico ed emotivo da colmare. A quello deve guardare.

S'inventi qualcosa, mantenga lo stesso grado di ambizione, ben sapendo che non è un'equazione, che non esistono allenatori interscambiabili, ma che però esiste un grado di aspettative e persino d'amore con cui avere a che fare. Anche d'orgoglio rispetto al no e a quello che ha detto Conte. Non basta amarla a parole ‘sta città, Roma ha bisogno di scelte, di impegno, di competenza. L'amore si misura con l'impegno, coi fatti. Con l'enormità dello sforzo. Il resto è adolescenza e alibi. La Roma continui sulla linea che ha cominciato a tracciare andando a cercare Conte, miri l'orizzonte dove gli occhi dei tifosi continuano fissi a guardare.

Perché questa vicenda lascia una cosa che deve essere uno spunto, un motivo di riflessione, soprattutto e sempre per la società: in questi giorni, queste due-tre settimane in cui Conte sembrava potesse venire veramente alla Roma, in città si è respirata un'aria che non si respirava veramente dai tempi belli. Quell'aria di vigilia delle grandi cose, quell'aria di attesa, che nell'aspettativa ha unito tutti i tifosi romanisti. Qualcosa forse meno dell'arrivo di Batistuta e di più quello di Capello.

Qualcosa che sapeva di svolta, di "momento", un passaggio di tempo. Il barista che esce dal bar per chiedertelo e il giornalaio che ti blocca un'ora, amici scomparsi ritrovati, persone conosciute di vista con cui hai scambiato per la prima volta due parole perché "ma arriva veramente?". No. Non è arrivato. E ieri mattina quel no ha avuto il sapore di un no a tutto questo. Un coinvolgimento collettivo talmente grande da superare persino spettri del passato.

Sia chiaro: rispetto per chi Conte alla Roma non lo avrebbe voluto per tutto quello che era stato con la Juve. Su queste cose non si deroga (da ragazzino stavo al Gam e Gam nel cuore ci resto): personaggi come Di Canio e Nedved, per esempio, non sono "romanistizzabili" mai, solo che anche da questo punto di vista per molti Conte aveva smesso di essere totalmente "impresentabile" nel momento in cui alla Juve era stato lui a dire no andandosene all'improvviso, diventato da simbolo a "professionista", venendo etichettato anche come mercenario (fra l'altro anche Manfredonia una volta scusatosi pubblicamente non fu più un ostacolo per tornare a tifare la "nostra Roma").

Conte ha sbattuto la porta in faccia alla Juve nel 2014 e da quel giorno dicono abbia solo un sogno, quello di battere la Juve. O magari di tornarci per fare pace. Avesse scelto la Roma, sarebbe stato una beffa proprio per gli "altri". Ma non l'ha fatto e un diverso tipo di beffa la stiamo vivendo noi adesso.

Più grande di tutto resta quella sensazione di attesa di un arrivo che ci ha rifatto sentire uniti. Da quant'è che non capitava? Da Roma-Barcellona dell'anno scorso? Prima e dopo la Roma è stata e continua a essere soprattutto la cosa che ci fa dividere non unire, altro che storie.

"Grazie Roma" io la adoro, mi ricorda i giorni di sole dell'infanzia e dell'epoca d'oro di tutti noi, ma è anacronistica adesso. Il vavavava è diventato più che altro un vaffanculo che ci mandiamo l'un l'altro. Una volta Edoardo De Filippo non chiuse la sua straordinaria commedia "Napoli Milionaria" con la storica battuta "ha da passa' a nuttata" e a chi dopo lo spettacolo chiese sorpreso: "Maestro, come mai?", rispose: "Sono decenni che la dico, ma se sta nottata non passa non sono più credibile". Dimmi cos'è quindi non che ci fa sentire uniti, ma quello che ci fa dividere. O dimmi cos'era.

La Roma oggi è un motivo di scontro, di battibecco, persino di odio, di scontri fra radio, faide nostrane, scherni social: o sei servo o analfabeta funzionale, o sei cameriere o uno che ingurgita tutto quello che gli dicono. Questa è la nostra normalità paradossalmente sospesa in questi giorni di speranze "soltanto" per l'arrivo di un grande allenatore. La Roma capisca questo. Capisca il dispiacere alla notizia di ieri, perché se capisce quello coglie pure il sogno che lo sorreggeva.

Capisca che pure quelli che ieri o oggi magari stanno esagerando nelle critiche erano persone solo l'altro ieri disposte ad "incendiarsi", che insomma del "buono" c'è sempre, che sotto c'è il fuoco e un'intera tifoseria malgrado tutto, malgrado gli scazzi, i 7-1, i pareggi subiti in 9 e al 90millesimo disposta subito a a innamorarsi. Certo la Roma la si ama sempre, dovunque, comunque, più è malandata più le voglio bene, ma la Roma è espressione di una città, di tanta gente che si tratta sempre e solo di fare innamorare (quest'inno vale sempre), perché quella sensazione di essere uniti è stata una bella sensazione.

Perché non si può essere felici se non lo sono neanche gli altri, perché essere romanisti era e deve tornare a essere esattamente e soltanto questo sentimento qua.