Stasera è una partita da romanisti. Il fatto che ci sia forse il record negativo stagionale di presenze allo stadio ne è solo una conferma. Stasera non si gioca per Di Francesco che se va male probabilmente salta, né i calciatori debbono giocare per dimostrare che loro l'anima ce la mettono sempre, stasera si gioca per la Roma. Che è qualcosa di infinitamente più grande: dei giocatori, dell'allenatore, della società. È la cosa che ci comprende, anche se mai come oggi a noi appare incomprensibile. Stasera è una partita diversa, col Genoa - come capita spesso nella nostra storia - c'è la sensazione che qualcosa potrebbe finire ma anche che qualcosa potrebbe ricominiciare. Al di là o meno del cambio dell'allenatore. Se non è proprio una sensazione, sicuramente è una speranza. Non può andare avanti così e da stasera, in un modo o nell'altro, non andrà più avanti così. Siamo su un orizzonte. O al limite. Che è la stessa cosa, ma la scelta del nome e di come viverlo fa tutta la differenza del mondo. È comunque un affaccio su un nostro sentimento.

Perché, difrancescani a prescindere o antidifrancescani doc, contestatori a oltranza o contestatori a ragione, derossiani, tottiani, pallottiani, sensiani, analogici, radiofonici, graffianti utenti social, simpatizzanti (anzi no, i simpatizzanti non sono proprio accetti) nostalgici degli Anni 70 o nostalgici e basta, stasera in campo c'è in ballo un'altra cosa: noi. Non credo che chi arrivi a detestare chicchessia dentro o vicino alla Roma possa mai arrivare a tifare contro la Roma, nemmeno chi è ragionevolissimamente e santamente sfinito da questo periodo augurarsi che oggi finisca in una certa maniera, e quindi mai come stasera quella "cosa" che ci fa andare anche contro le nostre convinzioni più radicate, o ragionevoli, è quella che ci unisce. La Roma. Che è la cosa che ci comprende. E se l'amiamo così tanto forse è proprio perché non la capiremo mai.