Amarcord

11 luglio 1982: il trionfo Mundial nel nome di Bruno

Quarant’anni fa l’Italia si laureava campione al Santiago Bernabeu battendo la Germania in finale. Conti protagonista assoluto dai gironi fino alla finale

Bruno Conti e Falcao in occasione di una visita del “Divino” a Trigoria nel 2017

Bruno Conti e Falcao in occasione di una visita del “Divino” a Trigoria nel 2017 (As Roma via Getty Images)

11 Luglio 2022 - 10:30

I gol di Paolo Rossi e l’urlo di Tardelli, certo. Quella miracolosa parata di Zoff contro il Brasile e la marcatura di Gentile sul Maradona, anche. Il carisma di Bearzot e la “vita da mediano” di Oriali. Ma, ripensando ai Mondiali in Spagna del 1982, l’immagine-simbolo non solo per molti italiani, ma anche per buona parte del resto del mondo, sono i dribbling e le fughe sulla fascia di Bruno Conti da Nettuno, in arte Marazico. La funambolica ala romanista fu definita da Pelé (non uno qualsiasi, insomma) "il calciatore più brasiliano del torneo, il più forte tra quelli visti in Spagna". E di calcio - e di Brasile - O Rei qualcosa ne sa...

Oggi ricorrono i quarant’anni da quell’indimenticabile 11 luglio 1982, quando al Santiago Bernabeu la Nazionale alzò al cielo la terza Coppa del Mondo della sua storia, a 44 anni dall’ultima volta. Fu un trionfo sofferto, costruito mentre intorno alla squadra e al tecnico piovevano critiche; le polemiche erano all’ordine del giorno tra i media, e crebbero ulteriormente dopo i tre pareggi ottenuti nel primo girone: 0-0 con la Polonia, 1-1 col Perù (bellissimo gol di Brunetto nostro) e 1-1 col Camerun. Inseriti in un secondo gruppo con Brasile e Argentina, gli Azzurri erano per tutti destinati a tornare anzitempo in Italia, per godersi un po’ di vacanze prima di tornare al lavoro con i rispettivi club. 

Invece le cose andarono diversamente, e buona parte del merito va proprio a Bruno Conti, in campo con la maglia numero 16 che ai romanisti più giovani non può non ricordare Daniele De Rossi. Agli occhi degli spettatori, il funambolo di Nettuno sembrava dotato del dono dell’ubiquità: te lo ritrovavi a sinistra, poi a destra, poi di nuovo sulla corsia mancina pronto a pennellare un cross perfetto per Pablito, poco più tardi nell’area avversaria, seminando il panico nella difesa di turno. In una squadra coriacea e operaia, la quota di fantasia la garantiva Bruno, fortunatamente strappato (quand’era ancora un ragazzino) alla mazza e al guantone: meglio il calcio del baseball, meglio la Roma del baseball. Con tutto il rispetto, meglio l’Olimpico e il Santiago Bernabeu piuttosto che il Wrigley Field o lo Yankee Stadium

Anno di grazia


Che Bruno, già di per sé baciato dagli dèi del calcio, quell’anno fosse una forza della natura fu chiaro a tutti nel momento cruciale: nel 2-1 contro l’Argentina, in cui dette il “la” al gol del vantaggio e serve a Cabrini l’assist per il raddoppio; contro il Brasile stellare dell’amico Falcao (e del futuro compagno Cerezo), apparentemente imbattibile e invece abbattuto dai colpi di Paolo Rossi; con la Polonia, che mise in ginocchio quasi da solo, servendo a Pablito il perfetto assist per il 2-0. E poi, nella finale con la Germania di cui oggi ricorre il quarantennale, il saggio definitivo di tutte le sue qualità: si procurò il calcio di rigore fallito da Cabrini nel primo tempo, dette del filo da torcere anche in fase difensiva a Littabarski, e soprattutto chiuse i giochi con quella cavalcata sulla fascia destra; una fuga di 50 metri, all’81’, conclusa con la perfetta rifinitura a favore di Altobelli per il 3-0, prima di crollare in ginocchio proprio mentre, sugli spalti, Pertini scattava in piedi e sentenziava con un sorriso: "È finita!". 

Viola aveva chiesto a uno tra lui e Falcao di ritornare vincitore da quel Mondiale; ci riuscì quello sulla carta meno favorito, ma il suo capolavoro stava giusto iniziando. Con il Divino, Pruzzo, Agostino e tutti gli altri cominciò di lì a poco un’altra cavalcata, e non ce ne vogliano gli appassionati di Nazionale, ma fu persino più memorabile di quella Azzurra. Reduce dal successo iridato, Brunetto fu uno dei capisaldi su cui il “BaroneLiedholm costruì il capolavoro tricolore del 1982-83. L’intesa perfetta con Pruzzo, ma anche con Di Bartolomei, Ancelotti, Nela e tutti gli altri: tre gol in campionato, cinque in meno rispetto alla stagione precedente, ma una quantità di assist, dribbling e sgasate di cui non si può tenere il conto. Il secondo Scudetto della nostra storia, per certi versi, ebbe inizio proprio in quelle notti spagnole; sono passati 40 anni, ma niente può cancellarne il ricordo. 

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