Io mi ricordo… le luci di Lione. Le luci magiche dello Stade de Gerland raccontano meglio di qualsiasi altra cosa quel Lione-Roma. Chi c'era quella sera sentiva che non sarebbe stata una serata come le altre, ma una serata da… Io mi ricordo.

All'ingresso in campo il telecronista Sky, mentre Francesco Totti e Juninho il "Pernambucano" si scambiavano il gagliardetto e la mano, la presenta così: «Una partita così può dare senso a una vita. Roma è la città della storia, eppure la storia passa anche per piccoli fatti, anche per una partita così, perché se la vinci una partita così ti può cambiare il modo di vedere il mondo». Ma erano le luci di Lione che già facevano guardare quella sera il mondo in un altro modo.

All'andata era finita 0-0, ed era stato uno 0-0 tosto, duro, muro, con il Lione stra-campione di Francia che aveva dato l'impressione di essere quello che era: una tra le migliori squadre d'Europa. Al sorteggio era stata accolta come l'avversario peggiore possibile, con rimpiantino annesso, perché oltretutto la forza della squadra non era commisurata al blasone del nome: insomma, qualcuno temeva probabilmente di uscire e di non avere nemmeno l'onore di farlo con una grandissima d'Europa. Considerazioni fra considerazioni sparse. Sparite quella notte sotto quelle luci accese presto.

A inizio marzo fa ancora buio abbastanza presto. E Lione è una città da favola, preziosa, elegante, piena di trompe l'oeil, è la città dei fratelli Lumière e di Antoine Saint-Exupéry, l'autore de Il piccolo principe: quella sera, fuori lo stadio, c'era quest'atmosfera sospesa, si aspettava il ritorno degli ottavi di finale di Champions League, le cose essenziali erano invisibili agli occhi.

Lione è stata anche la città di Caracalla ma i lionesi restano francesi, per questo mentre ancora si aspettava, all'ingresso in campo tirarono fuori una coreografia alla Asterix: «Veni-Vici… Perdi», parodiando Caio Giulio. La buttano sul nostro terreno ed è lì che cominciano a giocare in trasferta, lasciando la favola a noi.

Io mi ricordo…che tra i tanti, soliti tantissimi tifosi della Roma che erano andati a cantare la Roma a Lione, c'era anche un nipote di Agostino Di Bartolomei che viaggiava con l'UTR: aereo, pullman e Gerland. E le luci. Ecco cosa stavano per illuminare… la partita più bella della bellissima Roma di Luciano Spalletti. La partita più importante dai tempi di Agostino e Falcao. Lo sarebbe potuta essere almeno, e lo sarà.

Il tempo di resistere a due colpi di testa di Govou, di ingoiare la rabbia per un incredibile gol annullato di testa a Daniele De Rossi dall'arbitro Gonzalez (inesistente spinta in area di Totti) e poi di osare veramente, sempre con la testa: Roma Capoccia. Lancio di Chivu sulla sinistra verso Tonetto che di sinistro al volo – perfetto – crossa per la testa di Totti, che stavolta sta solo e stavolta il gol è un volo. La Roma è in vantaggio, che è sempre la più bella frase del mondo ma a volte, come questa volta, è un po' più bella. È il 22'. Gol. Goool.

Le luci dei riflettori si allargano, le maglie della Roma si stringono. Alexander Marangon Doni rischia solo su un mischione, le folate da sinistra di Malouda fanno meno paura delle incursioni di Perrotta. È tempo di raddoppio: 22' per due fa 44', è il momento giusto. Pizarro da il là alla ripartenza punk che diventa un giro di tango con l'apertura terra-aria di Totti per Mancini: a quel punto il ballo ha i ritmi del samba e dello ska. Amantino non fa una, né due, nemmeno tre finte, ne fa tante che non riesci a contarle neanche al rallentatore.Passo, doppio passo, paso doble. Reveillere si mette a ballare e si scorda che è una partita di pallone, Mancini tira di sinistro. da sinistra e fa 2-0. Gol. Goool. La più bella frase del mondo andrebbe detta adesso.

Le più belle frasi sono quelle che cantano alla fine i tifosi della Roma dopo un secondo tempo fatto di palle e parate di Alexander Marangon Doni (che gioca la sua migliore partita nella Roma) dopo che quel mio ricordo è diventato una canzone («quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla…») e questa notte, dopo 23 anni, torna a essere ancora nostra

Notte di sogni e di Coppe dei Campioni, la notte di lacrime che stavolta sono solo gioia e la Roma si ritrova lì dove solo Di Bartolomei l'aveva portata: ai quarti di finale della Coppa più grande. È a quel punto che allo Stade de Gerland i tifosi della Roma si sono messi a cantare l'inno, un po' più forte per farlo sentire a Agostino. E brillavano. Alla fine erano loro le luci di Lione.