«In carriera ho segnato tanti gol e molti anche importanti. Per esempio, quelli che ci hanno fatto vincere lo scudetto del 1941-42, ma a distanza di tanto tempo devo dire che le reti fatte alla Lazio hanno ancora oggi un sapore fantastico. Di derby ne ho vinti parecchi, uno anche su autogol, che per lo sfottò cittadino è il massimo. Ma la gara più affascinante è stata quella del 16 novembre 1947, quando vincemmo 1-0 con un mio gol ma finimmo al partita in 9. Io segnai subito, al 14', poi presi una botta micidiale e mi portarono fuori campo a braccia. A quel tempo le sostituzioni non c'erano e quando si fece male anche Valle, la Lazio ci chiuse in area. Fu un assalto tipo Fort Apache, ma resistemmo. E così io potei festeggiare in ospedale con una vertebra incrinata. Mai stato così bene come quel giorno».

Una Roma "all'ungherese"

Quel giorno era oggi, 16 novembre 1947, giorno di un derby che dovrebbe essere indimenticabile ma che ingiustamente è stato a lungo dimenticato. Non certo dai protagonisti. Queste parole di Amedeo Amadei, uno che con la Roma ha vinto uno scudetto da protagonista e che ha segnato 103 gol, rendono bene l'idea dell'importanza di quella vittoria. Anche perché furono pronunciate molti anni dopo, quando Il Messaggero lo intervistò in occasione di un derby di metà Anni '90. Il fatto che il ricordo di quella soddisfazione fosse ancora così vivo nella sua mente già dice tutto.
Anzi, dice che qualcosa bisogna raccontare su quella partita disputata davanti a 34mila spettatori allo Stadio Nazionale. Record assoluto di presenze, fino a quel giorno, nonostante - o forse proprio per quello - le due squadre fossero nella parte bassa della classifica. La Roma stava cercando di adattarsi al tentativo del tecnico ungherese Imre Senkey di introdurre il "sistema" per la prima volta nella storia del club giallorosso, mentre già altre squadre, su tutte il Torino (che aveva battuto i giallorossi 7-1) già da tempo avevano abbandonato il "metodo". Sul mercato non si era potuto far molto, al di là dell'ingaggio degli argentini Pesaola, Valle e Peretti, e per cercare di accelerare il processo di acquisizione della nuova tattica il tecnico aveva fatto arrivare dall'Ungheria Gyula Zsengeller. Centrocampista di classe sopraffina, accreditato di «oltre 600 gol segnati» in carriera, a lungo elemento di spicco dell'Ungheria che aveva conteso all'Italia la Coppa del Mondo nel 1938 (era quindi stato allenato anche da Alfred Schaffer), aveva un solo limite: i 32 anni.
«Era più vecchio di Noè - ha raccontato lo stesso Amadei - ma vederlo toccare il pallone era una cosa deliziosa». Al suo esordio, il 26 ottobre, la Roma batte 4-1 l'Atalanta. Alla sua seconda partita è lui stesso a segnare nell'1-1 con la Pro Patria. Così è una Roma in ripresa quella che si avvicina al derby allenandosi in una località segreta. Qualcuno dice Tivoli, qualcuno Ostia, qualcuno Frascati. Vincenzo Biancone ha il compito di mantenere il segreto perché Senkey vuole arrivare al meglio alla partita contro i biancocelesti, che affrontano in amichevole il Civitacastellana.

Una gara epica

Poi arriva la partita, diretta dal signor Bellè di Venezia, con in tribuna anche il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giulio Andreotti. Subito due occasioni per la Lazio, sprecate da Penzo. La Roma risponde con una bella combinazione Zsnellenger-Pesaola-Amadei, il cui tiro è respinto dal difensore laziale Remondini. Al 14' il gol giallorosso: «Dell'Innocenti - scrive il Corriere dello Sport - riesce a districarsi e passa a Zsellenger. Al volo, d'esterno, con eleganza, l'ungherese passa ad Amadei, calato tra i difensori laziali come un falchetto. Palla tra i piedi, spalle voltate alla porta: rapido dietro-front e tiro immediato. Palla in rete. Baci e abbracci dei romanisti, sventolio di bandiere sulle gradinate». Qualcuno si gira verso la tribuna. «Non c'è».
Chi è che non c'è? Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale. Da tempo è in corso una battaglia dei tifosi romanisti che vogliono Amadei in Nazionale, cosa che però accadrà solo dopo il suo trasferimento all'Inter. Ma quella è un'altra storia.
La Lazio attacca, la Roma risponde e al 26' Amadei potrebbe raddoppiare, ma viene falciato ed è costretto a uscire dal campo. Al 15' del secondo tempo stessa sorte per Valle e la squadra giallorossa resta in 9 uomini. E lì inizia una eroica resistenza nei confronti dei tentativi dei biancocelesti (che perdono Gualtieri) di pareggiare. Tutto questo senza il mediano più forte e il suo centravanti. Eppure, in campo c'è una Roma che sa resistere senza farsi prendere dal panico.
I laziali tengono palla ma arrivano poche volte al tiro e quelle volte Risorti è sempre attento. Andreoli è ovunque e ferma tutte le azioni d'attacco avversarie, Zsellenger riesce a tenere palla il più possibile quando può, il pubblico, naturalmente tutto di fede romanista nonostante in teoria siano gli altri a giocare in casa, segue gli ultimi minuti tutto in piedi. Fino al fischio finale.

«Esplosione di applausi, i romanisti si abbracciano per la gioia, qualcuno fa le capriole. A capo chino, i laziali». È sempre il Corriere dello Sport a raccontare così il finale di partita. Il quotidiano manda anche un giornalista, cosa inusuale per l'epoca, negli spogliatoi. «Risorti, Brunella e Andreoli - si legge - hanno confessato che non credevano possibile la vittoria dopo che Amadei aveva abbandonato il campo (...) L'allenatore Senkey ha dichiarato di essere soddisfattissimo dei suoi ragazzi, che hanno reso tutti al cento per cento ottenendo un grande risultato con due uomini fuori campo e uno seriamente contuso».
Già, perché in realtà la Roma ha chiuso con soli 8 uomini di movimento dato che Pesaola, dopo essersi visto annullare per fuorigioco il gol del raddoppio, è rimasto in campo da fermo, vittima di uno strappo muscolare. Il che rende ancora più eroica la vittoria romanista. Senkey poi si fa da interprete per Zsellenger, «che ha detto di essere contento dei suoi compagni ma di essere rimasto sorpreso del gioco duro che si pratica in Italia». D'altronde, se non sei un duro, non vinci un derby in otto. La Lazio, ad esempio, non l'ha mai fatto.