RomAntica

Il gol e parte l’inno

Contro la Fiorentina, Domenico Penzo segna la sua unica rete giallorossa. Per la gioia, dagli altoparlanti parte per sbaglio “Roma, Roma”... Finisce così: inizia un’era

PUBBLICATO DA Tonino Cagnucci
04 Maggio 2026 - 07:00

Il giorno 11 dicembre 1974 a quattro giorni da Roma – Fiorentina, Giorgio Chinaglia dichiara a «Il Messaggero»: 
«Qui ci vuole l’inno, anzi un doppio inno. In Inghilterra non fischiano i giocatori: se si stanno comportando bene il pubblico li incita cantando, se vanno male li riprende alla stessa maniera. Proporrò alla società di studiare l’iniziativa. Sono pronto ad inciderli personalmente. Sarebbe bellissimo allontanare i fischi dall’Olimpico».

Era da tempo, a dire il vero, che il centravanti laziale ci stava pensando, da quando a febbraio, aveva inciso il brano “I’m football crazy” per i titoli di testa del film “L’arbitro”.
Giampiero Scalamogna, in arte Gepy, tifosissimo romanista, va su tutte le furie quando, per dirla con le sue parole, «mi ritrovai Giorgio Chinaglia a casa mia, negli studi della RCA a incidere la sua canzone. Fu allora che mi dissi: “Devo scrivere un inno per la Roma”». Il resto lo ha raccontato proprio Gepy, nel 2007, in un incontro avvenuto all’interno della mostra UTR sugli 80 anni della Roma: «Un giorno che venivo da via dei Prati Fiscali in direzione di Montesacro, da dove passavo per arrivare a Via Sant’Alessandro, alla RCA, ho pensato la canzone. Quando sono arrivato, sono andato nella saletta dove c’era il pianoforte e l’ho provata. Ho materializzato, insomma, l’idea che mi ero fatto nella testa. Dopodiché sono andato giù da Antonello Venditti e gli ho raccontato che avevo scritto una cosa, in risposta ai fratelli De Angelis, e che mi ero anche impegnato a portare lì la Roma a fare da coro. Insomma, come ho fatto sentire il motivo ad Antonello, accennando «Roma, Roma, Roma», lui se n’è subito uscito con «Core de sta città». Gli ho detto. «Se fai tutto il pezzo così, stamo a cavallo». E invece, dopo due mesi che non arrivava, ci siamo messi lì, io e Sergio Bardotti, e il testo alla fine è uscito fuori».

Dunque, mentre Chinaglia medita l’inno laziale, a dicembre 1974 quello della Roma non solo è già stato scritto, ma il presidente Anzalone e tutta la rosa di prima squadra (Liedholm e Cordova in testa) hanno già avuto modo di ascoltarlo. Di lì a poco il brano avrà il più incredibile dei battesimi allo Stadio Olimpico. 

L’11 dicembre la squadra è in ritiro a Grottaferrata in vista della Fiorentina. Dopo il derby vinto l’entusiasmo è alle stelle, tanto che due giorni dopo, per arginarne le manifestazioni, il Club diffonde a mezzo stampa il seguente comunicato: «La Società ha predisposto l’apertura dei cancelli alle ore 12:30, pertanto viene rivolto vivo appello a tutti i tifosi di non presentarsi davanti ai cancelli nelle prime ore del mattino (folti gruppi di ragazzi vi sostano sin dalle 8!)». La partita con i viola è molto sentita perché un’eventuale vittoria porterebbe la Roma, ancora nelle retrovie dopo un inizio disastroso, a tre punti dal secondo posto
La gara, sofferta, non è affatto bella. Per avere un brivido vero occorre attendere il 35’ quando, in contropiede, Antognoni fugge sulla destra e crossa. Paolo Conti esce ma al momento di saltare il terreno gli manca sotto i piedi, riesce fortunatamente a smanacciare mettendo in angolo ed evitando l’intervento di Speggiorin. Sul finire del tempo, c’è la fuga di Rocca sulla sinistra, lo spiovente è raccolto da Prati che colpisce di testa impegnando seriamente Superchi. Il primo tempo è tutto qui.

Dopo l’intervallo la lenta danza ricomincia: al 14’ ecco un lunghissimo lancio di Saltutti che in contropiede mette Caso davanti a Paolo Conti. Il portiere romanista gli chiude lo specchio della porta intercettando con il corpo la botta a rete. A questo punto, però, la Roma diventa padrona del campo e il pubblico la incita a spingere in avanti. Cordova (il migliore) apre allora su Negrisolo che, dalla sinistra, mette in area uno spiovente telecomandato. Penzo, appostato sul palo opposto intercetta e colpisce di testa indirizzando in gol. Superchi, in tuffo disperato, riesce a rimediare aiutandosi con il palo e ricacciando dalla linea bianca il pallone. Penzo, però, in scivolata torna sulla palla (se la porterà via alla fine della gara) e questa volta la butta in rete con rabbia. Gol, Finisce così. Con l’unico gol di Domenico Penzo a Roma.

Qui, dunque, avviene quello che lasciamo descrivere al cronista di «Momento Sera», Walter Colli: «L’addetto all’impianto radio dello stadio ha immediatamente messo la puntina sul disco di Venditti scelto come inno ufficiale della Roma, unendosi al generale tripudio. Ma qualcuno lo ha fatto subito smettere…». Per pochi secondi, forse dieci, “Roma, Roma, Roma”, risuona sugli spalti dell’Olimpico: «Roma, Roma, Roma, core de ’sta città, unico grande amore de tanta e tanta gente che fai sospirà …». 
Non è mai accaduta una cosa del genere allo stadio. È nato quello che diventerà, con qualche pausa, un rituale insostituibile delle partite interne; e, in circostanze straordinarie, anche delle trasferte, come il 17 maggio 2007 a San Siro al termine di un Inter–Roma, in cui la Lupa ha appena conquistato la Coppa Italia. Quando l’inno s’alzerà...

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