Altro duro colpo alla Procura di Roma che questa volta vede messo in discussione non solo un impianto accusatorio ma, cosa molto più grave, un intero modus operandi. Che nel caso di Marcello De Vito, ancora presidente dell'Assemblea capitolina, ma espulso in tutta fretta dal Movimento 5 Stelle, si risolve in quasi una sorta di persecuzione messa in atto ai suoi danni. Questo emerge piuttosto chiaramente dalle motivazioni con cui la sesta sezione penale della Corte di Cassazione aveva deciso, già il mese scorso, di rinviare al tribunale del riesame l'analisi dell'ordinanza di custodia cautelare che aveva comportato tre mesi di arresti per De Vito. Motivazioni rese note in queste ore dai legali di De Vito che ora annunciano battaglia. 31 pagine redatte dai giudici della Corte che mettono sotto accusa la procura della Capitale, i pm e i gip, che hanno basato il proprio lavoro su «congetture» ed «enunciati contraddittori».

«Le dichiarazioni di Parnasi – spiegano ancora – si risolvono nelle seguenti proposizioni: il convincimento maturato dal dichiarante circa l'interesse di De Vito al conferimento di incarichi a Mezzacapo, peraltro frutto non di mere impressioni personalistiche, bensì del dato oggettivo della presenza dello stesso Mezzacapo, non altrimenti giustificata, all'incontro di presentazione con De Vito; il riconosciuto intento di Parnasi, a seguito della pronta adesione ai desiderata del suo interlocutore mediante l'affidamento al legale dell'incarico di seguire una transazione tra Acea e la Ecogena, di accreditarsi presso il Movimento 5 Stelle, di cui De Vito era al tempo autorevole rappresentante, in linea con il ‘modus operandi' dell'imprenditore. Ne consegue – chiarisce la Cassazione – che il valore confessorio dell'esistenza di un patto corruttivo, che a tali dichiarazioni è stato attribuito, non rispecchia l'obiettivo tenore delle stesse, potendo pertanto riconnettersi solo ad una operazione interpretativa, che assegni loro una portata, per così dire, "addomesticata" che non è stata tuttavia esplicitata, né può desumersi dagli ulteriori dati indiziari». In altre parole secondo la Cassazione la procura avrebbe in qualche modo interpretato le parole di Luca Parnasi, peraltro rilasciate in condizioni particolari (era agli arresti da diverso tempo e non sembrava che il gip volesse riconoscergli alcuna attenuante), a vantaggio di una tesi precostituita. Ancora secondo la Cassazione poi «non vengono forniti elementi concreti» a supporto della effettività delle delibere assembleari riguardo «al superamento dei limiti delle cubature imposte dalla delibera Berdini».

Questo passaggio in particolare libera, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, la Roma ed il progetto stadio da ogni possibile sospetto. La Raggi e la sua giunta ora dovranno gestire l'inevitabile ritorno di De Vito, ma dovranno anche tenere conto delle novità emerse in queste ore e prendere atto del fatto che non vi sono davvero più alibi per differire una decisione ormai scontata. Si riprenda a trattare e si concluda questo infinito iter.