Se dici Genoa, i romanisti sopra i 40 anni e quelli che, pur più giovani, hanno studiato il minimo indispensabile, pensano subito all'8 maggio. All'8 maggio 1983. Al secondo scudetto, il primo dell'epoca moderna, il primo dopo 41 anni. Perché quella volta, più di 35 anni fa, la Roma conquistò aritmeticamente il tricolore nel vecchio stadio di Marassi, pareggiando con il Genoa per 1-1 una partita che non poteva andare diversamente. I giallorossi guidati da Liedholm passarono in vantaggio con un gol, tanto per cambiare di testa, di Roberto Pruzzo, ispirato da un cross perfetto del capitano Di Bartolomei: una palombella imparabile (ci pensò Fiorini a pareggiare i conti a fine primo tempo).

Poi fu solo una festa: «È stata una festa, perché a noi mancava un punto per restare in Serie A, alla Roma un punto per diventare campione d'Italia», racconta Silvano Martina, oggi agente di Edin Dzeko nonché uno degli artefici del suo recente rinnovo con la Roma, che quella volta era in porta con la squadra rossoblù allenata da Gigi Simoni. «Era inevitabile che finisse così. C'erano i nostri tifosi che cantavano "Vincerete il tricolor" e la tifoseria romanista che cantava "Resterete in Serie A". Pruzzo fece un grandissimo gol e anche se son passati più di trent'anni devo ammettere che se in quella partita alla Roma fosse servita una vittoria per diventare campione, ci avrebbero "uccisi". Non ricordo una squadra così forte, mi fece un'impressione incredibile, una delle più grandi squadre di tutti i tempi. Non c'era partita e per quanto avessimo Marassi pieno con 60.000 tifosi, i valori tecnici erano troppo diversi».

Era destino. Fu una festa e, soprattutto una marea di tifosi, tutti insieme, che invasero il campo. Avete temuto per la vostra incolumità? Che momenti furono?
«No, è difficile che succeda qualcosa se si festeggia, magari se fossimo retrocessi… E per quanto era forte quella Roma in quegli anni il rischio c'era. Noi non facemmo un tiro in porta a Tancredi e ancora adesso quando parliamo tra giocatori di quei tempi ci diciamo che eravamo una squadra forte. Con due nazionali, un belga e un olandese, davanti avevamo Briaschi e Antonelli, una difesa di vecchi difensori che stavano forte sull'uomo. Ma purtroppo vincevamo cinque o sei partite all'anno. Ma ci salvammo all'ultima giornata perché era un campionato altamente competitivo. I migliori calciatori del mondo erano in Italia. Ricordo che in quella stagione battemmo la Juve per 1-0 e Simoni venne da me a fine partita per congratularsi. Mi disse: "Sono quarant'anni di carriera, tra allenatore e giocatore, è la prima volta che batto la Juve"».

Che avversario troverà la Roma stasera?
«Il Genoa ha fatto un precampionato incredibile, sembrano gasati, sarà un avversario ostico. Poi l'inizio di campionato è sempre insidioso perché non sai mai come ti presenti».

Il campionato continua a livellarsi?
«Ci sono diverse squadre cosiddette piccole, come Bologna, Cagliari e Genoa che hanno fatto investimenti importanti, poi però magari una di queste sarà invischiata nella lotta per non retrocedere fino alla fine. Sì, la Serie A è molto livellata adesso e verso l'alto».

Siamo ancora così indietro rispetto alla Premier o alla Liga?
«Loro hanno sicuramente stadi più belli, ma per quanto riguarda i valori tecnici non abbiamo niente da invidiare. La Juve e la Roma negli ultimi anni hanno fatto molto bene in Europa. La Roma ha fatto sei gol in due partite al Chelsea e ha rimontato il Barcellona e con un po' di fortuna in più poteva arrivare tranquillamente in finale. La Juve è cresciuta tantissimo. Entrambe hanno raggiunto le semifinali di Champions degli ultimi due anni. Non siamo di seconda fascia, stanno arrivando anche grandi giocatori in Italia, ma i nostri stadi vuoti rappresentano ancora un gap».

Da cosa dipende?
«Io ricordo che ai miei tempi non ho mai giocato con meno di 70.000 persone all'Olimpico, oggi se fai 40.000 spettatori è considerato un risultato importante eppure gli spalti sembrano vuoti. Ma questo vale per tutte le città. Credo che gli stadi svuotati dipendano molto dalla crisi economica. I biglietti sono cari, poi se devi andare in trasferta: benzina, autostrada, il panino. Quanto devi spendere? A casa, sul divano, in fondo, sei anche più comodo».

Qualcuno lo stadio l'ha fatto, qualche altro invece attende Godot.
«La situazione di Roma è molto particolare, si fatica a comprenderla. Quello della Juve non è mica costato un miliardo, l'Udinese con 20 milioni si è rifatta lo stadio in quattro e quattr'otto. Credo che il problema sia burocratico, ma è davvero inspiegabile»