Interviste

ESCLUSIVA - Julio Sergio: «La Roma è da 4° posto. Svilar? Tra i primi 5 d'Europa»

L'ex portiere, doppio ex della sfida col Lecce, a Il Romanista: «Bello sentire ancora l’affetto dei tifosi. Mi ha aiutato ad affrontare la tragedia di mio figlio Enzo»

(MANCINI)

PUBBLICATO DA Iacopo Savelli
22 Marzo 2026 - 07:00

Julio Sergio ha solo 47 anni, ma ha già vissuto due vite. La seconda senza suo figlio Enzo che 8 mesi fa è volato in cielo dopo una lunga battaglia con un tumore. Enzo era nato a Roma dove Jùlio è stato complessivamente sette anni, un periodo strano in cui i giallorossi hanno avuto anche tre portieri brasiliani contemporaneamente in rosa. Arrivato come terzo, è diventato protagonista quasi per caso nella stagione del primo Ranieri. Quello che, subentrato a Spalletti, portò la Roma a un passo dallo Scudetto dopo una rimonta incredibile. Mai più, da quella serata maledetta del 25 aprile 2010, siamo stati così vicini a vincerlo per la quarta volta. Dopo un passaggio poco fortunato a Lecce, Julio tornò a Roma ma non ha più giocato in giallorosso. In Brasile aveva cominciato a studiare da allenatore, poi Enzo si è ammalato. Cinque anni dolorosi ma intensi, durante i quali mollare non è mai stata un’opzione. La consapevolezza di aver ricevuto in dono da suo figlio una forza interiore che non sapeva di avere, lo ha aiutato a convivere con il dolore e ad andare avanti ora che Enzo non c’è più. Julio è tornato ad abitare dove è nato, a Ribeirão Preto, nello stato di San Paolo, e fa il procuratore. Il progetto di allenare per ora lo ha messo da parte per stare vicino alla sua famiglia dopo quello che è successo. Domani si vedrà. Accetta volentieri di parlare con Il Romanista, affrontare temi così delicati come la storia di suo figlio non è una cosa facile. Ci facciamo coraggio.  

Enzo è volato in cielo da qualche mese, c’è qualcosa che vuoi aggiungere a tutto quello che hai raccontato di lui e che ha aperto il cuore a tanta gente?

«Sto reimparando a vivere. Sono stati cinque anni di battaglia incredibile durante i quali grazie a mio figlio ho imparato tantissimo. Sono cambiate tutte le mie priorità, oggi sono una persona molto diversa da quella che ero prima. Colgo questa occasione per ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini con le telefonate, i messaggi, i post sui social. Sono cose che alla fine mi hanno dato un po’ di sollievo nella tragedia che abbiamo vissuto».

Riesci a pensare a Enzo quando stava ancora bene o ti è rimasto solo il ricordo delle battaglie che avete dovuto affrontare?

«Alla fine Enzo è riuscito ad avere tra virgolette una vita normale fino a due-tre mesi prima di andarsene. Andava a scuola, ovviamente non poteva fare le cose che facevano gli altri come giocare a calcio, ma aveva una testa monumentale. Era un fenomeno, abbiamo vissuto tante cose insieme e ne abbiamo goduto anche quando era malato. Sono stati 16 anni meravigliosi: ora sono costretto a vivere diversamente, ma è sempre con me».

Da procuratore, che momento è per il calcio brasiliano?

«Se parliamo della Nazionale è una squadra forte, ma non come nel 2002 e  2006, perché è formata da tanti giocatori che non sono protagonisti assoluti nei loro club. Nel nostro campionato invece girano tanti soldi, speriamo che la cosa possa essere sostenuta a lungo. Dal punto di vista economico non c’è grande differenza con l’Italia: tanti club sono pieni di debiti e si sta cercando di introdurre una specie di fair play finanziario. Ci sono molte cose da migliorare, ad esempio la gestione del calendario. Se riusciremo a farlo, diventeremo sicuramente uno dei paesi con il miglior prodotto calcio al mondo».

Ancelotti è stato scelto come CT perché in Brasile non ci sono allenatori all’altezza?

«Oggi in Brasile ci sono tanti allenatori stranieri, principalmente portoghesi e argentini. Fino al 2006 abbiamo sempre avuto i migliori giocatori al mondo, la Nazionale che ha vinto in Corea e Giappone nel 2002 aveva una rosa pazzesca. Ora stiamo cercando di acquisire una mentalità più europea. Ma fatichiamo po’ a imparare certe cose e a evolverci tatticamente. Io però sono sicuro che gli italiani in Brasile farebbero benissimo ed è  una cosa su cui sto lavorando tanto. C’è chi ha paura della lingua, delle difficoltà di comunicazione, ma per me sono tutte sciocchezze: sono certo che un allenatore italiano potrebbe organizzare e gestire una squadra alla grande e magari fare anche un capolavoro. Spero di portare presto in Brasile un tecnico italiano di alto livello. Detto questo, Ancelotti avrebbe potuto fare il CT di qualunque nazionale, parliamo di un uomo che rappresenta il top del calcio mondiale».

Cercare di “occidentalizzare” il calcio brasiliano non sta influendo sulla crescita dei giovani che magari diventano giocatori più completi, ma meno talentuosi?

«In questo momento abbiamo due problemi: primo il numero di stranieri, 9 per squadra, che tolgono spazio ai giovani. Poi non è più come una volta quando a 6-7 anni giocavano tutti: oggi il calcio anche a livello giovanile è un business e non sempre si mandano avanti i più bravi. Certo, anche in altri paesi ci sono privilegi e raccomandazioni, ma noi siamo 220 milioni di persone, il 50% delle  quali senza assistenza sanitaria primaria. Quindi anche lo sviluppo fisico dei bambini brasiliani è differente da quello dei bambini europei e ci sono una serie di fattori che hanno un’influenza pesante nella crescita anche dal punto di vista cognitivo, come la capacità di adattarsi a un gioco più tattico che ti obbliga a ragionare e a prendere decisioni velocemente. Ci sono cose che mi piacciono molto del Brasile, altre meno; vorrei che ci fosse la volontà e la capacità di migliorare la condizione del popolo. Viviamo in un caos politico, non c’è sicurezza, nessuno gioca più per strada perché abbiamo paura di lasciare da soli i ragazzi. Tutto questo inevitabilmente incide anche nella formazione calcistica delle nuove generazioni».

Tante cose che stai dicendo sono un problema anche del calcio italiano.

«Però in Italia se non sbaglio siete in 60 milioni, qui siamo quattro volte di più. Certo la nazionale italiana è da tanto che non gioca il Mondiale, ma il Brasile prima sfornava trenta giocatori all’anno di qualità, dieci dei quali veramente bravi. Oggi ne vengono fuori tre a stagione. Spero che alla lunga non diventi un problema per la nazionale che per ora è ancora in grado di dire la sua in competizioni importanti come il Mondiale».

Il ruolo del portiere è cambiato tantissimo, sembra quasi sia diventato più importante saper giocare con i piedi che parare.

«Guarda, ne parlavo giorni fa con mio suocero. Ti faccio un esempio: la pallavolo nel corso degli anni è cambiata tantissimo e ci si è adattati. Anche nel calcio è successo e sta ancora accadendo: dobbiamo essere intelligenti e capire come prima cosa che non si tornerà indietro, poi se tutti pensano di essere Guardiola si va incontro a brutte figure. Il portiere che sa usare bene i piedi è un plus, ma non può essere il parametro unico per giudicarne la bravura. Io sono alto 1,85 e penso che per me oggi sarebbe impossibile giocare a calcio, non mi prenderebbe in considerazione nessuno. Ed è sbagliato perché il Barcellona che ha vinto tutto aveva giocatori piccoli di statura, che erano fenomenali. La qualità tecnica nel calcio conta tanto, che uno sia un 1,95 o 1,70. Per evitare che il calcio diventi troppo noioso e basato solo sulla forza, dobbiamo avere l’intelligenza di continuare a cercare nuovi Totti, Del Piero e a valorizzarne le qualità tecniche».

Chi è secondo te il miglior portiere al mondo?

«Senza alcun dubbio Courtois: è veloce, rapidissimo considerata l’altezza e se la cava anche con i piedi. Poi c’è Donnarumma che con i piedi ci sa fare un po’ meno, ma è difficile trovare tutto in una sola persona. Io non ero alto, ma ero molto veloce e comunque nel calcio quello che conta veramente è avere la testa giusta. Se non ci metti quella, non serve a nulla essere alto due metri e avere due mani da coccodrillo».

E Svilar com’è? Gli manca un po’ l’uscita alta, secondo te, per essere completo al cento per cento?

«Nel calcio di oggi si va a mille all’ora, spesso si hanno pochi millesimi di secondo per prendere una decisione. Io penso che Svilar stia facendo molto, molto bene, poi su dieci caratteristiche necessarie ad un grande portiere, in un paio deve migliorare come è normale che sia. Ma per quello che sta dimostrando è sicuramente tra i 3-5 migliori d’Europa».  

Mi dici quali sono secondo te i pregi e i difetti della Roma di Gasperini?

«Il mister sta facendo molto bene, poi certe volte i giocatori rispondono al 100%, altre magari la risposta non arriva nel momento giusto e succedono cose che non dovrebbero accadere. Nel 2010 abbiamo perso un campionato per 30 minuti in cui abbiamo dormito e perso la concentrazione e l’abbiamo pagata cara. Quando cala la concentrazione tutto quello che hai organizzato rischia di saltare e magari comprometti il lavoro di settimane. Al massimo delle sue capacità di attenzione e concentrazione, la Roma è una squadra da Champions League, ma quando si distrae rischia troppo».

E come si lavora sulla concentrazione Julio?

«Gran parte sono cose che i giocatori hanno dentro, come la grinta e la voglia di migliorarsi. Però fare il calciatore a Roma non è semplice perché da un giorno all’altro cambia tutto: se vinci sei il migliore, se perdi non servi a niente. Il calcio è studio e lavoro, solo così si completa la costruzione di una mentalità vincente. Sono sicuro che Gasperini e i suoi lavorino a Trigoria per alzare il livello anche mentale di tutti i giocatori a disposizione. Ma è fondamentale l’apporto di tutti quelli che lavorano in società».

Roma-Sampdoria l’hai dimenticata?

«No, è la partita che mi è costata la possibilità di mangiare gratis tutta la vita a Roma. Come ti dicevo, sono bastati pochi minuti di disattenzione per spazzare via un sogno che avrebbe cambiato la vita a noi e a tanta, tanta gente. Non riesco nemmeno a immaginare cosa sarebbe stato vincere lo Scudetto a Roma, quindi spero che quando accadrà io possa essere allo stadio per vivere questa gioia almeno da tifoso».

Però diciamo che qui a Roma tu sei comunque un eroe, anche se mancato.

«Avrei potuto scrivere un libro se avessimo vinto lo Scudetto, il meglio per chi come me non è stato certo un fenomeno. I fenomeni sono stati Totti, Bruno Conti, Del Piero, Buffon, De Rossi e altri, gente che in campo ha fatto la differenza. Quello per me è stato un anno importante, ma ogni volta che sono entrato a Trigoria ho sempre lasciato tutto. Come mi diceva sempre Giorgio Pellizzaro (portiere degli Anni ‘70, ex compagno e collaboratore di Claudio Ranieri scomparso lo scorso anno, n.d.r.), non importa come, conta soltanto parare. Quell’anno l’ho fatto ed è un ricordo meraviglioso».

Beh c’è stato Garella che ha vinto lo scudetto a Verona e Napoli senza parate da fotografie.

«Io non mi sono mai preoccupato dell’estetica anche se qualche parata bella e importante l’ho fatta. Mi resta e conta il rispetto della gente anche se dopo di me sono venuti Alisson che è ancora uno dei più forti al mondo o Stekelenburg che per me era un grande portiere anche se a Roma non ha fatto benissimo. Ora c’è Svilar, poi ce ne saranno altri, ma fare questa intervista con voi mi fa veramente piacere perché dimostra quanto rispetto mi sia conquistato a Roma non solo per quello che ho fatto da calciatore, ma anche per la persona che sono».

Roma-Lecce è un po’ la tua partita, anche se immagino il tuo cuore non sia diviso a metà.

«Andai a Lecce perché volevo giocare, dopo un anno e mezzo da titolare alla Roma volevo confermare di avere la testa giusta. Purtroppo non sono riuscito a farlo per tante cose che sono successe, ma con Lecce e con Di Francesco che mi volle con sé ho un “debito” perché mi presero per fare la differenza e non sono riuscito a ripagarli. Però la mia gratitudine eterna va a Roma e alla Roma per tutto quello che mi hanno dato».

Ecco, magari il debito con Il Lecce e Di Francesco lo saldiamo un’altra volta.

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