Interviste

Parla Ettore Viola: «Tutto per la Roma»

Il figlio di Dino racconta l’Ingegnere: «Studiò una vita per diventare presidente. Quando stava per rilevare il Club, chiamò Liedholm e gli fece promettere che sarebbe tornato»

PUBBLICATO DA Lorenzo Latini
18 Aprile 2026 - 08:00

«Dino Viola era un numero uno. Così come sua moglie Flora, mia madre». Ettore Viola, figlio del leggendario Presidente che ha guidato la Roma nel miglior momento della sua storia, si riferisce a suo padre utilizzando nome e cognome, oppure chiamandolo “l’Ingegnere”. In entrambi i casi, dal tono e dalle  parole di Ettore traspare vivido il grande affetto per il papà, l’uomo che è stato capace di costruire un sogno da regalare a tutto il popolo giallorosso. Un affetto che lo ha spinto a scrivere un libro, subito dopo la scomparsa di suo padre, il 19 gennaio 1991: «Un volume che non ha ancora visto le stampe - racconta Ettore a Il Romanista - ma che è stato depositato e va soltanto rivitalizzato. L’ho scritto per raccontare la storia dell’Ingegnere, rievocata anche tramite i ricordi di mia madre».

Signor Viola, sono trascorsi 35 anni dalla scomparsa di suo padre: quale crede che sia stato il lascito più grande di Dino alla Roma?

«Lui dedicò la sua vita alla Roma. Entrò in contatto con il calcio a 11 anni, quando si innamorò dei tifosi giallorossi che sfilavano in corteo a Testaccio. Poi fece un lungo apprendistato: fu vicepresidente con Evangelisti, Marchini... Di fatto studiò per diventare presidente e alla fine ci riuscì, facendosi e facendoci un grandissimo regalo».

Che tipo di presidente era?

«Tutto ciò che faceva, lo faceva per rendere grande la Roma. Ci riuscì, grazie al suo carisma straordinario e alla sua grande determinazione. Raggiungeva sempre l’obiettivo che si era prefissato. Purtroppo non ci riuscì con lo stadio...».

Fu il primo, in effetti, a intuire l’importanza di un impianto di proprietà.

«Tentò in ogni modo di realizzarlo: fino all’ultimo fu il suo chiodo fisso. All’epoca però la politica era talmente forte da poter condizionare certe imprese».

Di certo Dino Viola era un grande comunicatore, con il suo “violese”: quel linguaggio sagace era strategia studiata a tavolino o istinto naturale?

«Era estremamente naturale. Il termine “violese” fu coniato da Gianni Minoli. Durante un’intervista, affascinato dalla capacità oratoria di mio padre, il giornalista se ne uscì: “Presidente, ma lei parla in violese?”». 

Quel linguaggio era estremamente efficace, però...

«Sì, assolutamente. Parlava in un modo elegante, che denotava la sua grande cultura, non senza pungere, quando lo riteneva necessario. Ma si faceva capire bene, anche da quelli che magari non condividevano il suo punto di vista».

A proposito di grandi comunicatori: che rapporto ebbe con Nils Liedholm?

«Un grandissimo rapporto, sia a livello professionale, sia a livello umano. Non ci furono mai litigi o incomprensioni: anche quando le loro strade si separarono, il rapporto rimase intatto. C’è un aneddoto, a tal proposito...».

Prego, ce lo racconti.

«Liedholm aveva già allenato la Roma quando il presidente era Anzalone, ma tra i due il rapporto non era dei migliori. Nils era quindi andato al Milan, dove aveva vinto lo Scudetto della stella. Ma, quando mio padre era in procinto di comprare la Roma, chiamò il tecnico e si fece promettere che sarebbe tornato. Quando l’acquisto del Club andò in porto, l’Ingegnere lo richiamò e Liedholm fu super felice di tornare in giallorosso».

A proposito di rapporti tra dirigenti e allenatori, oggi in casa Roma tiene banco il caso Gasperini-Ranieri. Come crede che avrebbe gestito una cosa del genere suo padre?

«Credo che, semplicemente, non si sarebbe verificata. Presidente, direttore sportivo e allenatore lavoravano insieme, scegliendo i calciatori da acquistare con oculatezza. Sia con Perinetti, sia con Previdi, si individuava il calciatore e si faceva di tutto per prenderlo, anche soffrendo un po’, facendo dei sacrifici. Nella Roma attuale vedo un po’ di confusione: spero che si possa andare avanti sereni e in sintonia, altrimenti mi pare evidente che uno dei due a giugno dovrà salutare».

La storia di suo padre è custodita anche all’interno di un libro scritto da lei, che però non è stato ancora pubblicato...

«L’ho scritto subito dopo la morte di mio padre, che in famiglia ha lasciato un vuoto enorme, mettendo insieme i ricordi di mia madre e i miei. Ripercorre tutta la storia dell’Ingegner Viola, compreso il periodo della presidenza di mia madre, che alzò al cielo la Coppa Italia a Marassi. È una storia molto lunga, nella quale sono presenti tante cose che non sono ancora mai uscite. Sa, sono state scritte e dette anche tante inesattezze... Per una serie di motivi, questo libro non è ancora stato pubblicato. È stato già depositato, deve solo essere rivitalizzato. Avendolo scritto praticamente assieme a mia madre, ci tengo molto. Non per vanagloria, ma perché Dino e Flora Viola se lo meritano. Nonostante il tempo passi, il loro ricordo resta».

Resta anche nei calciatori che lo hanno avuto come presidente...

«È vero: tutti, tutti quelli che sono passati nella sua Roma erano e sono innamorati della generosità non solo di Dino Viola, ma di tutta la famiglia. Dai continui attestati di affetto, capisco quanto sia stato importante».

Se dovesse scegliere un solo fotogramma per raccontare la presidenza Viola, quale sceglierebbe?

«Sa, non ce n’è uno in particolare. Ma sono molto legato alle trasferte che lui faceva assieme a mia madre: andavano insieme a Milano, Torino, Verona... Io all’andata prendevo l’aereo con la squadra, poi tornavo in macchina con mio padre. Il ricordo di quei momenti, mentre guidavo con lui a fianco, mi commuove ancora. Era un numero uno, e aveva per moglie una numero uno!».

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