Carboni: «Per la Roma dissi no a Maradona»
L'ex giallorosso a S.R.Q.R: «Nella Capitale c’è una passione unica. Moggi mi fece arrabbiare e così rifiutai il suo Napoli. Boskov filosofo. Ciarrapico conosceva poco" i giocatori»
(GETTY IMAGES)
Amedeo Carboni è stato il terzino sinistro della Roma dei primi Anni 90, un’eredità lasciata ad un ragazzo francese che diventerà una leggenda giallorossa: Vincent Candela. Capitano nella stagione 1996-97 dopo l’addio di Giuseppe Giannini, Carboni è il sesto ospite di “S.R.Q.R. – Sono Romanisti e Quasi Romani”, il podcast di Radio Romanista, disponibile sull’app dell’emittente e su tutte le piattaforme streaming.
Com’è arrivata la Roma nella tua vita?
«Ero alla Samp dove ebbi uno screzio con un calciatore importante che era uno dei figliocci del presidente Mantovani e quando succedono queste cose è inevitabile dover cambiare aria. Avevamo fatto due belle annate e quindi c’erano delle squadre interessate a prendermi. Mi chiamò Mascetti, all’epoca direttore sportivo romanista, e da lì iniziamo a trattare con il grande presidente Viola. Iniziammo nel senso che feci da solo perché non ho mai avuto un procuratore. Scelsi la Roma anche per la città, è “Caput Mundi”, ed era un passo importante per la mia carriera. Però ho fatto la scelta giusta, tant’è vero che ci sono rimasto sette anni».
È vero che saresti potuto andare al Napoli ma la troppa anticamera che ti fece fare Luciano Moggi, in quel momento direttore generale azzurro, fu decisiva per declinare l’offerta?
«È una storia abbastanza vera (ride, ndr). Avevamo appuntamento alle 10 in sede ma a mezzogiorno e mezza, io e mio fratello che era lì con me, eravamo ancora in attesa che qualcuno ci facesse accomodare. A quel punto decidemmo di alzarci per andarcene ma proprio in quel momento lui uscì con non so quanti telefoni che stava utilizzando per dirci di entrare e di non andar via, ma ormai avevo già deciso e proseguii verso il corridoio. Moggi era convinto che il solo fatto di venire a giocare con Maradona bastasse, ma non era così. Intendiamoci, Napoli è una grande piazza, ma essere accolto in quel modo non fece scattare il feeling giusto».
Come in ogni puntata di “S.R.Q.R”, all’intervistato vengono fatti ascoltare degli audio che ripercorrono la sua carriera romanista. 9/6/1991 – Sampdoria – Roma 1-1: vittoria della Coppa Italia.
«Fui molto felice di conquistare questa coppa sul campo della Samp, che aveva appena vinto lo scudetto, perché era anche un modo per affermarmi in uno stadio dove avevo giocato fino a pochi mesi prima. Sono un essere umano e non nego che ero un po’ amareggiato di non aver fatto parte del gruppo doriano che vinse il campionato. Questa soddisfazione che riuscii a prendermi con la mia nuova squadra mi ripagò di quell’amarezza. Inoltre eravamo veramente felici di poterla dedicare al nostro presidente Dino Viola che era venuto a mancare nel gennaio di quell’anno».
Vujadin Boskov.
«Era un filosofo io lo ebbi sia alla Sampdoria che alla Roma. Aveva un’esperienza fuori dal comune e questo, anche grazie al suo carattere, gli consentiva di dire sempre la cosa giusta al momento giusto. Boskov però era anche un bel volpone, nel senso buono della parola. Quando ero a Genova, facevo parte del gruppo dei giovani insieme a Pagliuca e Lombardo e se lui doveva rimproverare qualcuno non lo faceva certo con i giocatori più esperti ma con noi. Quando mi ritrovò a Roma, ero ormai cresciuto e facevo parte dei veterani, quindi si rivolgeva a me in maniera diversa».
Boskov viene scelto dal presidente Ciarrapico. È vero che ti presentavi a lui ogni mattina perché non conosceva i nomi dei calciatori?
«Lui non era un uomo di calcio ma di business. Volevo evitargli l’imbarazzo di dover chiedere al suo collaboratore, chi è questo giocatore che mi ha salutato? E così, ogni volta che me lo trovavo di fronte gli andavo a stringere la mano dicendogli nome e cognome. Penso che al di là di due o tre giocatori veramente non conoscesse nessuno di noi. Poi c’è anche un altro aneddoto divertente».
Prego.
«Dovevamo andare a giocare un amichevole ad Avellino e gli dissero che c’era da organizzare un pullman. Lui era il proprietario di una compagnia aerea e allora propose di salire a bordo a degli elicotteri e di andare in trasferta così. Disse che voleva fare Apocalypse Now».
Ciarrapico faceva parte anche di una corrente politica ben definita della Democrazia Cristiana. Una volta ti ritrovasti a parlare di calcio con l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
«Beh sì, a Roma ti succede proprio di tutto, dal non poter uscire di casa perché c’è contestazione ad andare in udienza privata dal Papa alle sei di mattina. Con Andreotti, che era un nostro acceso tifoso, ci ritrovammo a Montecitorio a parlare del tema delle curve e degli ultras. A Roma ti ritrovi a condividere momenti anche con personaggi importanti del cinema oltre che della politica perché il calcio è una passione che smuove le masse e qualunque ceto sociale. Ricordo quei venerdì che precedevano una gara casalinga e a Trigoria c’era un via vai di auto blu per prendere i biglietti omaggio. I dirigenti erano disperati e dicevano: “Anche stavolta abbiamo perso un sacco di soldi”».
27/11/94 - Lazio-Roma 0-3.
«Un derby fantastico perché obiettivamente loro erano stratosferici, ma noi eravamo una squadra forte. La storia di Mazzone che attaccò i ritagli dei giornali nello spogliatoio in settimana per caricarci è verissima. Ho questo flash di lui che ogni giorno veniva lì e ci urlava “Ahò, questi ce vogliono ammazzà”. Era carico a pallettoni. Fu bellissimo vincere e allo stesso tempo eravamo contenti di aver regalato al mister questa grande gioia. All’indomani era a passeggio per le vie di Testaccio con sua moglie alle sette di mattina per godersi questo successo. Carletto era un grande e mi dispiace che gli abbiano sempre dato del difensivista, cosa assolutamente falsa. Prendi quella squadra: a centrocampo c’erano Cappioli, Giannini, Moriero poi in attacco Fonseca e Balbo. A me invece diceva sempre di star dietro perché ero molto veloce e lui non sopportava di prendere gol in contropiede. Soprattutto quei contropiede scaturiti da un calcio d’angolo o una punizione a nostro favore».
Sei tra quelli che hanno avuto un bel rapporto con lui. Addirittura ti faceva riposare in allenamento quando ti vedeva troppo stanco a causa della figlia che ti era nata da poco.
«Era un finto burbero, ma aveva un cuore immenso e anche in quel periodo me lo dimostrò. Era la mia prima figlia e certe volte arrivavo al campo con degli occhi che sembrava avessi fatto un incontro di boxe. Lui mi guardava e mi diceva “Ahò, nun hai dormito eh? Vabbè, va, oggi riposate”. Era fatto così ma proprio per questo i giocatori davano il massimo perché ti faceva sentire importante. Ed era bello vederlo soddisfatto quando le cose andavano bene. Noi poi gli facevamo tantissimi scherzi perché quando Mazzone si arrabbiava ti poteva far paura ma era veramente divertente».
Ce ne puoi raccontare uno?
«Un giorno eravamo in aeroporto e nascondemmo una rivista porno tra i giornali che aveva acquistato. Quando la commessa se ne accorse e lo guardò imbarazzata, Carletto le disse “A signorì non guardi me, la colpa è de sti fiji de na m*****a”. E noi che eravamo tutti dietro di lui sbottammo a ridere come matti. Oppure quando c’era la riunione tecnica prima di una gara di Uefa e ci doveva dare le marcature. Sbagliava sempre i cognomi degli avversari e non potevi rimanere serio a quel punto si arrabbiava e diceva “Ahò ditele voi ’a formazione de questi allora...».
5/12/95 – Roma-Broendby 3-1: il gol della qualificazione.
«Segnai addirittura di destro con assist di Totti al quale, scherzosamente, ricordo sempre che ero il suo capitano. A questa partita si ricollega anche il famoso aneddoto di Mazzone che si legge spesso sui social e che mi riguarda da vicino. Quindici giorni prima infatti, perdemmo una gara, e lui mi fece le due famose domande ovvero quante presenze e gol avessi in Serie A. Dopo le mie risposte, tantissime presenze e quasi zero reti, mi disse, alla sua maniera, che dovevo rimanere dietro e non tentare di attaccare. Io non feci altro che annuire con lui che mi continuava a ripetere “Devi stare dietro”. Tornando al Broendby, all’epoca c’era un premio partita per gli allenatori in caso di passaggio del turno e siccome il mio gol fu decisivo per la qualificazione ai quarti di finale di Uefa era anche un premio cospicuo. Quando ci si ritrovò per l’allenamento, gli passai accanto e gli chiesi come mai non mi dicesse che sarei dovuto rimanere solo in difesa senza spingere mai. A quel punto mi rispose “Ma sei permaloso pure te?”, gli dissi che non ero permaloso, ma che avrebbe dovuto dividere con me il premio partita. Mi mandò a quel paese e come sempre ci risi sopra. Un grande veramente. E a proposito di premi c’è una cosa divertente che accadde all’andata e sempre con il mister protagonista».
Un altro scherzo ai suoi danni?
«No, riguarda uno dei giovani che avevamo in rosa, Gianluca Cherubini. Era un difensore che all’epoca faceva il militare. In quegli anni si assegnava il Seminatore d’Oro, era un’onorificenza molto importante che veniva riconosciuta agli allenatori e uno dei criteri per ottenerla era quella della valorizzazione dei giovani. Mazzone ci teneva tantissimo e in Danimarca, nella gara di andata, fece entrare proprio Gianluca che però perse una palla sanguinosa dove ci fecero gol. Mazzone entrò nello spogliatoio e siccome quando il clima era rigido lui si metteva addosso qualsiasi cosa, ad ogni indumento che si toglieva, lo scagliava sul pavimento con forza e ripeteva “Se quest’anno non vinco er seminatore li ammazzo tutti”. E dove si spogliava Cherubini? Vicino al mister, pensa che sfiga. A fine anno glielo abbiamo regalato noi il Seminatore (ride, ndr)».
Quello è l’ultimo anno di Mazzone che idealmente si chiude con l’eliminazione contro lo Slavia Praga ai quarti di finale.
«Mamma mia, non mi ci far pensare. Anche lì prima della gara di andata, un giornale intervistò Zeman perché l’allenatore dello Slavia era un suo amico e il titolo del giornale era tipo “Ti spiego come si batte la Roma”. Non l’avesse mai letto Mazzone. Se ne andava in giro per i campi di Trigoria parlando da solo e borbottando in continuazione “A questo ancora nun je bastano le mazzate che ha preso”. Quella partita con lo Slavia Praga è stata una delle più grandi delusioni che ho avuto a Roma».
Carlos Bianchi.
«Aveva le sue idee come fissare gli allenamenti alle otto di mattina. Per noi non sarebbe stato un problema, ma da capitano cercai di spiegargli che c’era chi abitava dall’altra parte della città e si sarebbe dovuto alzare alle sei per essere in campo a quell’ora. Mi rispose che suo padre aveva un’edicola e si alzava alle quattro, arrabbiandosi tantissimo per questa richiesta. Non ci fu un grandissimo rapporto, anche per colpa nostra perché la responsabilità non sta mai da una sola parte quando le cose non funzionano. Però non si cominciò bene per niente».
La stranezza è che Bianchi in Argentina è una celebrità perché ha vinto tutto. È mancata forse l’empatia che invece Mazzone era riuscito a instaurare con voi?
«Sì, è mancato quel feeling. Ma anche per colpa nostra perché poi con il tempo ti accorgi che forse avremmo dovuto dare una maggiore disponibilità. Però quella cosa degli allenamenti alle otto di mattina fu l’inizio di una serie di incomprensioni. Ma anche tatticamente. A me faceva giocare da ala sinistra perché in Argentina c’era questa filosofia, ma quando a gennaio arrivò Candela io gli suggerii che sarebbe stato più giusto tenere alto Vincent e io dietro, mentre lui voleva che facessimo il contrario. Per me non aveva senso perché Vincent era molto più tecnico di me e quindi sarebbe stato meglio che io mi limitassi a coprirgli le spalle, ma mi ripeteva in continuazione che dovevo fidarmi e non preoccuparmi».
Di solito chiediamo sempre come è andata via la Roma dalla tua vita. Nel tuo caso c’entra Bianchi visto che tu avesti una discussione con Sensi proprio a causa sua.
«Cercai di spiegargli da capitano che sia noi che l’allenatore avremmo dovuto cambiare qualcosa perché non c’era feeling ma non portò a nulla. A quel punto dissi al presidente che doveva dirmi se voleva sentire la reale situazione o quello che gli sarebbe piaciuto ascoltare. Sai quando le cose non vengono bene? La convivenza con Bianchi era una di queste, ripeto è colpa di tutti non solo sua. Poi quando Sensi decise di esonerarlo io mi ruppi il tendine d’Achille. Di lì a poco sarebbe arrivato Zeman che voleva gente di gamba, io ero veloce, ma ormai non rientravo più nei piani e venne a cercarmi il Valencia».
In Spagna sei poi diventato un mito ma i romanisti ti sono rimasti nel cuore. Tu comprasti la pagina di un giornale per salutarli e loro ti dedicarono uno striscione quando tornasti all’Olimpico da avversario nel 2003.
«Mi sento tutt’ora con alcuni ragazzi della Curva Sud di allora. E pensare che all’inizio sono stato anche fischiato e contestato. Questo anche a causa della mia schiettezza. I tifosi venivano sempre prima del derby a Trigoria per caricarci e raccomandarsi sull’importanza della partita ma in uno di quegli incontri io presi la parola e gli chiesi come mai venivano solo prima di giocare contro la Lazio e non per esempio quando dovevamo affrontare il Pisa? Che il derby fosse importante lo sapevamo e anche per noi era fondamentale, non c’era bisogno che ce lo ripetessero perché sennò sembrava quasi che noi non lo avessimo ben chiaro. Loro se la presero, ma penso che proprio da quell’episodio iniziammo a costruire un bellissimo rapporto. Immagino abbiano compreso che ero una persona che diceva quello che pensava».
Che cos’è per te la Roma?
«A Roma ti succede di tutto, dal piangere ad essere felice. Roma è una città che ti prende tantissimo per il calore della gente e anche le contestazioni. Quando vai via dalla Roma puoi giocare in qualsiasi altra squadra, ma quella passione che ti dà il popolo romano non è facile trovarla altrove. Grazie Roma perché mi hai fatto vivere 7 anni meravigliosi».
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