Interviste

Candela: «Per Gasperini conta il bene della Roma»

Il francese a Il Romanista: «Considerando il curriculum del tecnico, non è scontato. Un ritorno di Totti? Sarebbe un bene per lui e per il Club»

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Iacopo Savelli
09 Febbraio 2026 - 06:30

Raggiungiamo Vincent Candela in montagna alla fine di una settimana sulla neve. Sui suoi social qualche video del suo apprendistato in snowboard, ma il contatto con la gente che gli vuole bene e lo segue è costante, quotidiano e non confinato al mondo social. Candela è a Roma da trent’anni e da sempre vive la città da persona comune e non come una star del calcio. I suoi quattro figli sono nati a Trastevere, parla e scherza con tutti, gira con il suo scooter e respira Roma nei suoi aspetti più intimi e sinceri. L’affetto e il rispetto che riceve ovunque non sono legati al fatto che negli otto anni in maglia giallorossa coronati dallo scudetto, è stato un simbolo ed uno dei giocatori chiave, ma al suo essere sincero e spontaneo. Più domande che risposte, la capacità di sdrammatizzare senza mai essere banale o cercare lo zero a zero. Che l’argomento siano i misteri della vita o la Roma, le sue aspettative e le sue difficoltà. Uno di noi insomma, senza rinnegare nulla perché il passato non si cancella, ma deve diventare una risorsa.  

Vincent, in cosa ti senti ancora francese?

«Beh, sono ancora molto legato alle mie radici: mio papà era di origini spagnole, mia mamma italiane. I valori che ho imparato da piccolo li sento ancora, ma in Italia sono diventato uomo.  In questi trent’anni Roma mi ha fatto costruire una famiglia con mia moglie con cui stiamo insieme da 24 anni ed è romana, mi ha reso padre quatto volte e mi ha fatto diventare Campione d’Italia. A Roma ho dato tanto e tanto ho ricevuto e ricevo, mi sento amato e a casa».

Racconta Roma a un tuo amico…

«A parole non potrei, dovrebbe venire in giro con me. Oltre al fatto che credo sia la città più bella al mondo per tutto quello che rappresenta per la storia e per l’arte, è il calore della gente a fare la differenza; la fantasia, la genialità dei romani, la capacità di sdrammatizzare con una battuta. E poi, se parliamo di calcio, i romani ti travolgono con la loro passione per la squadra».

Sei arrivato ragazzo di 23 anni, immagino ora sia tutto molto diverso.

«Il mondo è cambiato, non so se in bene o in male. C’è tanta tecnologia, si sta continuamente col telefono in mano e tutto questo ha tolto qualcosa ai rapporti umani. Mi dispiace perché io sono uno molto alla mano, mi piacciono l’amicizia, la simpatia, il guardarsi negli occhi e condividere dei momenti. Quando sto con le persone care mi capita di dire: “Basta telefoni, stiamo insieme veramente”. E anche dieci minuti di silenzio ogni tanto fanno bene».

Il giorno del tuo addio al calcio c’erano 50 mila persone all’Olimpico.

«Credo che quella sera sia tornato indietro tutto l’amore che ho dato alla Roma, una cosa che in realtà vedo e sento ancora adesso tutti I giorni. Che ricordi: Zidane che esce da una parte e Totti da un’altra con quattro bighe, I cavalli e gli antichi romani...ho organizzato tutto io quindi sono due volte orgoglioso di quella serata davanti ai miei figli piccoli. Però nemmeno in quell’ultima partita per me così importante, Montella mi ha fatto l’assist per fare gol: gli ho passato la palla e non me l’ha ridata. Gli attaccanti forti sono così, non guardano in faccia nessuno».

Sei tra gli eroi dell’ultimo Scudetto, hai qualche rimpianto per quello che non avete vinto dopo?

«No, perché penso che abbiamo fatto il massimo. All’epoca delle sette sorelle, come si diceva allora, il campionato era molto difficile, non eravamo la squadra più forte ma ce la giocavamo con il Parma, la Juve, l’Inter, il Milan. L’anno dopo lo Scudetto, se avessimo avuto il vero Batistuta, avremmo vinto a mani basse. Senza ce la siamo giocata fino alla fine con Cassano, Montella, Delvecchio e Totti. Non ho rimpianti, anche se abbiamo pareggiato a Venezia e buttato via qualche punto in casa. Il calcio è bello anche per questo: spesso è una questione di mentalità, noi eravamo una squadra molto equilibrata, ma non la più forte».

Ci racconti di quando hai provato a far riappacificare Capello e Montella?

«Allora, io avevo i capelli lunghi, andavo in giro in moto, mi facevo i tatuaggi, però se mi ripenso oggi ti dico che ero uno dei più normali. Insomma, a Napoli c’è una lite importante tra Capello e Montella, poi col Parma vinciamo lo scudetto ed è una gioia immensa, indescrivibile. Io andavo molto d’accordo con Capello, in quella stagione ho giocato più minuti di tutti, portiere compreso, ho saltato solo un quarto d’ora a Milano e Napoli per squalifica. Allora vado da lui e gli dico: “Domani dobbiamo andare alla festa di compleanno di Vincenzo, beviamo una coppa di champagne e riconosciamo che nella vita sbagliamo tutti. Anche tu mister”. Lo convinco e mi presento da Montella con Capello, ancora oggi penso a questa cosa con molto orgoglio anche se non è servita a molto perché due caratteri forti difficilmente cambiano idea. Vincenzo, che è un caro amico, oggi che fa l’allenatore ovviamente vede le cose da un’altra angolazione».

Senti, sei destro ma hai fatto quasi tutta la carriera a sinistra: è così difficile giocare dalla parte opposta al proprio piede naturale? Penso un po’ anche a Wesley…

«No, no, dipende un po’ dell’obiettivo e della personalità del giocatore. Wesley ha altre caratteristiche rispetto a me: diciamo che lui è molto più veloce, molto più tenace, io ero molto più tecnico. Anche a sinistra mi piace tantissimo, lo vedo rientrare, alzare la testa, buttarsi dentro. E poi viaggia sempre a mille all’ora, una dote non comune».

Mi dici una cosa in particolare che ti ha colpito di Gasperini?

«La sua esperienza e quello che ha fatto nel calcio sono cose non comuni; ora che l’ho conosciuto un po’ di più, posso dirti che quello che non mi aspettavo è che pensasse così tanto al bene del club, cosa che nel calcio non è affatto scontata. Non lo dico per piaggeria, in passato anche quando ho lavorato con i media della Roma, mi è capitato di criticare allenatori per cose che non mi convincevano, ad esempio Fonseca o Mourinho. Gasperini oltre al lavoro quotidiano sul campo e fuori e naturalmente puntare a giocatori importanti, fa crescere i calciatori che ha a disposizione aumentando anche il loro valore patrimoniale: se uno è da 5 lo fa rendere 7; se è da 7 lo porta a 9. Io di allenatori ne ho avuti tanti, ma in pochi hanno pensato veramente alla Roma. Lui è venuto qui a 67 anni con un passato importante, ma quando protesta per il mercato, per i ritardi, non lo fa per sé, ma perché il suo obiettivo è migliorare la Roma. Spesso in pubblico lo fa con il sorriso poi non so com’è con il presidente, con Ranieri e Massara, ma il suo desiderio di programmare ed essere chiari sulle prospettive del club è una cosa che aiuta la Roma ad andare avanti. Si possono cercare campioni o far crescere i giovani, l’importante è avere un filo conduttore comune».

Secondo te la Roma fa il suo se...?

«Se arrivasse quarta sarebbe un bel traguardo e permetterebbe di costruire meglio la squadra per l’anno prossimo, perché con la Champions soldi ed obiettivi sarebbero diversi. Negli ultimi dieci anni la Roma ha cambiato proprietà, dirigenti, direttori sportivi, allenatori e giocatori tante volte, centrare la Champions al primo anno con Gasperini sarebbe una cosa grande.  Ma se dovesse arrivare quinta non sarebbe un fallimento, sarebbe un peccato perché siamo lì con le altre e per giocarsela alla pari con le altre grandi manca poco».

Secondo te a che punto è la conoscenza dei Friedkin del calcio italiano?

«Non posso dare un giudizio compiuto, non sono mai stato a cena con i presidenti né ho parlato con loro. Sicuro hanno investito tanto, lo stadio è un sogno che finalmente sta per realizzarsi, la strada per riportare la Roma stabilmente tra le grandi d’Europa mi sembra quella giusta. La sensazione è che stavolta davvero alle spalle di Gasperini che ha vinto l’Europa League e non è stato lontano dallo scudetto con l’Atalanta, ci sia una struttura che lavora con lui e che di calcio ne capisce. Insomma, si vedono le fondamenta».

Chi è per te Francesco Totti?

«Intanto un compagno di vita, l’ho conosciuto nel 1996 e quest’anno saranno trent’anni di battaglie, vittorie e sconfitte vissute insieme. Per me rimane sempre il capitano della Roma, lui e Zidane sono i numeri 10 che mi hanno reso la carriera più facile: quello che cercavo in Nazionale con Zizou, lo trovavo nella Roma con Francesco. E poi è un amico e lo è stato anche quando ci siamo visti poco perché io ho smesso nel 2007, lui dieci anni dopo e in mezzo ci sono state vite diverse, ognuna con i suoi alti e i suoi bassi. Oggi abbiamo la passione comune per il padel ma non ci si deve vedere ogni giorno per volersi bene: lui sa che io ci sono sempre».

La Roma gli manca? Hai sentito Ranieri dire che i Friedkin stanno pensando a un suo ritorno?

«Beh, io penso che la Roma è gigante, ma con Totti in società sarebbero entrambi ancora più grandi e belli. L’importante sarebbe trovare un equilibrio che porti soddisfazione, gratitudine e amore tra le parti. Stiamo parlando da una parte del giocatore più importante della Roma di tutti i tempi e dall’altra di un grande club che oggi ha un vestito nuovo. Già ritrovarlo con noi quando andiamo in giro per il mondo per le partite delle leggende del club sarebbe meraviglioso».

Ma hai in mente un ruolo che potrebbe ricoprire?

«Non ne abbiamo mai parlato, tra le tante opportunità che possano esserci dentro il club Francesco non mi ha  mai detto: “Vorrei fare questo”. Ripeto, non stiamo parlando di un ex calciatore, ma della leggenda della Roma di tutti i tempi. Quindi secondo me già solo se lui assistesse agli allenamenti forse la squadra ne trarrebbe un beneficio e uno stimolo. Francesco potrebbe fare tante cose anche al di là della parte sportiva legata alla prima squadra, come ho detto ci sono partite tra  leggende che aiutano a far conoscere la Roma in tutto il mondo; si potrebbe coinvolgere nel creare delle accademie come le ha il Milan. Sicuro la Roma con Totti e Totti con la Roma sarebbe una cosa bellissima per tutti».

Sei Campione del mondo e d’Europa: Lizarazu era davvero più bravo di te?

«Io offensivamente ero più forte, ma la Francia che aveva davanti Djorkaeff, Zidane, Henry e Trezeguet non aveva bisogno di un terzino d’assalto. Dietro giocavano Thuram, Desailly, Blanc e Lizarazu che già c’era quando io sono arrivato in nazionale. I risultati dicono che sono state fatte le scelte giuste, ma non mi sono mai sentito meno forte di Lizarazu, era solo questione di caratteristiche».

Però a padel tra gli ex calciatori sei il numero uno.

«Su questo proprio non c’è dubbio: è uno sport bello e divertente, il campo è piccolo e quindi posso muovermi poco, ma come sui campi da calcio ho tanta tecnica. È un modo per ritrovarsi e divertirsi con tanti ex. Io sono appassionato un po’ di tutti gli sport. Il padel mi permette di farlo ancora in prima persona e di stare in compagnia con tanti amici».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

CONSIGLIATI