Si è spenta una delle più grandi leggende del calcio argentino, tanto amato e idolatrato anche da Diego Armando Maradona che in un'intervista di pochi anni fa lo ha definito il migliore di sempre.

Carlovich: classe, sregolatezza e talento, tutto per farsi amare in Argentina

Il "Dio" del calcio argentino non si accontenta facilmente: non gli bastano le vittorie, i risultati e l'aver dato i natali al più grande calciatore di tutti i tempi. Il calcio di questo Paese si nutre di leggenda, di mito, di gesti estemporanei. Di calciatori argentini vincenti con i club ne abbiamo visti e ne vedremo tanti: in Francia Di Maria fa impazzire il Parco dei Principi col PSG, in Italia il "Re leone" Batistuta contribuì a fare grandi Roma e Fiorentina, il Napoli ha vinto solo con Maradona e Higuain e quest'ultimo, insieme al connazionale Dybala, collabora a mantenere la Juventus sempre in testa alla classifica e fra le favorite per la vittoria dello scudetto secondo gli esperti di scommesse sul calcio di Betway. Ma, come detto, il calcio argentino non cerca solo vittorie o primati, bensì un "sombrero" a centrocampo, oppure la finta di corpo per lasciare a terra il portiere; insomma, la vittoria è un valore aggiunto allo spettacolo e non il contrario.

Se l'attuale tecnico del Gimnasia La Plata, meglio conosciuto come "el pibe de oro" e all'anagrafe Diego Armando Maradona dice che un calciatore semi sconosciuto era il migliore di sempre, forse, eliminando la parte emozionale di "Diego", un fondo di verità c'è. E se anche altri grandi della storia del calcio argentino come Menotti, José Pekerman e Marcelo Bielsa idolatravano quello stesso misterioso calciatore, allora la verità comincia a diventare "leggenda". Saluta tutti e se ne va Tomas Carlovich, una leggenda degli appassionati del calcio argentino, uno di quelli che una volta appese le scarpette al chiodo il calcio lo ha poi insegnato per strada. Molti non lo conosceranno, non ha vinto nulla, non ha scalato classifiche di goal o assist, non ha portato a casa premi individuali, eppure qualcosa ha lasciato nel cuore di molti, qualcosa di molto grande. La sua capigliatura folta su un baffo a dir poco "spiovente" e il suo essere un antidivo per eccellenza schivando telecamere giornalisti e notorietà come avversari nel mezzo del campo hanno contribuito alla costruzione del mito di un uomo normale abbinato a un calciatore fuori dal comune. Figlio di un idraulico croato arrivato a Rosario in Argentina per cercare fortuna negli anni '30, era ultimo di sette fratelli ed è sempre rimasto nella stessa casa di famiglia dove nacque nell'aprile del ‘46. Se si domanda a un calciatore argentino o a un appassionato vero a quale giocatore "moderno" si potrebbe paragonare lo schivo Carlovich, molti risponderanno Fernando Redondo: mancino come lui, fisico alto e longilineo, tanta tecnica individuale abbinata a un'ottima visione di gioco e poche parole. Ma quanto al "personaggio" Carlovich, nessuna somiglianza con l'ex giocatore del Real Madrid e del Milan che veniva soprannominato "El Principe", appunto. Questo argentino qui, quello del mito, non aveva assolutamente nulla del principe, anzi.

Gli aneddoti che hanno contribuito alla creazione del mito

Abbiamo già detto che fosse un giocatore diverso, antidivo, poco professionista, cosa che lui prenderebbe ancora come complimento. Mai alla caccia di nessun record come CR7 o Leo Messi, bensì in cerca di dribbling, di tunnel e giocate per far innamorare il pubblico. In Argentina, così come nei balcani di cui era originario suo padre, non è il risultato che vale il prezzo del biglietto, bensì le giocate che lasciano a bocca aperta e "El Trinche" era capace di colpi e "genialate" fuori dalla norma. L'origine del mito comincia già dal soprannome: nessuno, nemmeno lui, sa cosa voglia dire "trinche" né chi glielo abbia affibiato, si vocifera che forse un vicino di casa avesse cominciato a chiamarlo così ma non vi è alcuna certezza. L'altro aneddoto che ricopre di gloria questo cognome croato in terra argentina riguarda le parole di Diego Armando Maradona nel ‘93: "El pibe de oro" viene richiamato in Argentina per giocare a Rosario con il Newell's Old Boys, squadra "amica" del suo Boca Juniors e per "risanare" un calcio argentino in crisi di identità. Alla dichiarazione di un giornalista che afferma che automaticamente Maradona, con l'approdo ai Newell's, diventava il miglior calciatore di tutti i tempi che avesse giocato nella città di Rosario, "el diez" rispose che quel giornalista si sbagliava, che il migliore di tutti era stato e sarà sempre "El Trinche". L'altro aneddoto che completa, conferma e ingigantisce la mitologia legata a Carlovich riguarda la nazionale argentina, ma non in maniera classica: la sua carriera ha avuto infatti luogo prettamente nella serie B argentina, senza mai approdare in nazionale. Nel '74, però, la squadra albiceleste guidata da Vladislao Cap stava preparando la partecipazione ai Mondiali e organizzò un'amichevole a Rosario: da una parte l'Argentina, dall'altra, per par-condicio, cinque giocatori del Newell's Old Boys e cinque del Rosario Central. L'undicesimo? Di diritto Tomas Carlovich con la maglia numero "5". La leggenda vuole che fra primo e secondo tempo, Cap, terrorizzato di dover rivedere in campo quel funambolo magro dai capelli lunghi, chiese neanche tanto segretamente di farlo uscire dal campo: si stava preparando un Mondiale e non si poteva fiaccare così il morale di una squadra che stava già perdendo 3-0! L'8 maggio non sarà più un giorno normale per il Dio del calcio argentino, "El Trinche" saluta tutti.