Dice: «Ma che ti aspettavi?». «Il Real è troppo più forte di noi», dice. Sarà. Eppure quel "troppo" stona. Decisamente. Anche Atletico Madrid, Chelsea, Barcellona erano più forti della Roma. Non un secolo fa, ma uno schiocco di dita. Eppure sono stati eliminati, tramortiti, battuti, ribaltati, umiliati. Insieme a tutte le altre. Fino ad arrivare a un centimetro dalla finale, quella che si sarebbe giocata proprio con gli avversari dell'altra sera. Ma in quelle settimane di fuoco (nel senso di emozione, passione, ardore) nessuno si sentiva già sconfitto in partenza. Nemmeno contro l'armata blanca che mette in fila coppe campioni come fossero birilli.

Erano tutti fiduciosi perché si era ricreata un'unità di popolo troppo a lungo smarrita; perché l'aria era friccicarella e i volti di chi trascorreva notti in bianco per un biglietto erano stravolti ma non travolti. Quelli travolgenti erano i giocatori della Roma, che gara dopo gara avevano sovvertito ogni pronostico. Disputando sfide ai limiti della perfezione tecnico-tattica, certo. Ma soprattutto traendo linfa dal fuoco nelle vene, quello che emoziona, appassiona, arde. Evidente negli sguardi trasfigurati dei protagonisti. In campo come sugli spalti. Consapevoli che nulla fosse impossibile. Perché l'irrealizzabile era già stato realizzato. Una, due, dieci volte, sovvertendo cento pronostici. Ecco, gli sguardi. È tutto là. La fisiognomica racconta più delle parole. Che nelle ultime settimane, dai dirigenti all'allenatore ai giocatori, hanno evocato sempre concetti come "testa", "anima", "cuore". Mentre l'espressione del viso e perfino la postura del corpo, sono apparse impaurite, disilluse, malinconiche, quasi attendessero la negatività come ineluttabile. Il contrario esatto del gruppo sfacciato e irriverente di qualche mese fa. La Roma ha paura si vede, ma è col cuore che si vince la paura. Dicono sia colpa del mercato, di qualche cessione maldigerita dallo spogliatoio.

Anche in questo caso – in mancanza di certezze – c'è chi fa spallucce e chi inarca il sopracciglio. Ma certo non c'è bisogno degli ex per battere Chievo e Atalanta in casa o far punti contro un mediocre Milan. E nemmeno per farsi prendere a pallonate dal Real, un club che – a proposito di cessioni illustri – ha appena salutato la sua metà nella diarchia del pallone, ma pur avendo fagocitato tutto e anche di più, ha ancora spazio per la fame. Mentre qui siamo alle indigestioni senza abbuffate. Ma al di là della squadra amorfa delle ultime settimane, di trame di gioco lacunose, di un passo monocorde, finora più che lo stomaco è mancato il cuore.

E non è una mozione nostalgica verso il gruppo degli Annoni e dei Piacentini che da qualche anno sembra essere l'archetipo verso cui guardare quando si invoca la famosa "tigna". Tutt'altro. Abbiamo voluto bene a quella Roma, come a tutte le altre Roma. Ma questa di adesso è forte, ricca di giocatori di talento, e gli esempi sono vicinissimi nel tempo. Alcuni attuali, come il Capitano. Nell'intervista rilasciata soltanto pochi giorni fa a Il Romanista, De Rossi lo ha definito «un gruppo forte, che non ci sta a essere schiaffeggiato». Gli crediamo, come sempre. Anche perché nel suo caso alle parole sono seguite i fatti, anche al Bernabeu, dove è stato uno dei pochi a mettercela davvero l'anima e non solo a citarla.

E allora adesso che il calendario propone Bologna, Frosinone, derby, Viktoria Plzen, Empoli, Cska, tutti impegni di gran lunga alla portata della Roma, è tempo di reagire. Nulla è ancora precluso. A patto di accendere di nuovo il sacro fuoco, ancora prima di ritrovare il gioco. Le espressioni assenti siano spazzate via dalla rabbia di chi sa di valere «molto più di così», come ha tuonato sempre il Capitano. È tempo di rialzarsi e camminare. Anzi, correre.