Il giorno della marmotta
Certe dinamiche verrebbe di chiamarle tradizioni. L’anno scorre e quelle ricorrenze arrivano portandosi dietro riti e rituali identici a sé stessi che ogni volta vengono ricalcati. E così con la ROMA
(GETTY IMAGES)
Certe dinamiche verrebbe, ormai, di chiamarle tradizioni.
Come la cena della vigilia di Natale, il pranzo di Pasqua. L’anno scorre e, inevitabilmente, quelle ricorrenze arrivano portandosi dietro abitudini, modi di dire, riti e rituali identici a sé stessi che ogni volta, più o meno consapevolmente, vengono ricalcati.
E così con la ROMA: dentro e fuori Trigoria.
Dentro con la consueta visione differente del mercato tra il direttore sportivo – sempre tra l’incudine e il martello, lasciando a voi la libertà dello spartire i ruoli tra la società e il Mourinho, De Rossi o Gasperini di turno – e l’allenatore. Fuori, con tutto quel circo mediatico che si scatena dopo ogni passo falso della squadra. Lì dove indole, convinzioni, rapporti o semplicemente ego saltano fuori ripetendo, spesso in coro, quelle solite dinamiche a cui facevo riferimento in apertura.
E così, nell’arco di duecentosettanta minuti, si passa da fenomeni a brocchi: Malen. Dal giovedì di coppa all’impegno di campionato del lunedì, meno di novantasei ore, i giocatori si trasformano da gruppo che non molla mai... in un manipolo di lassisti in vacanza premio. Con Gasperini più abile di Arturo Brachetti nel mettersi e togliersi, rapidamente e continuamente, i panni del fine stratega per indossare quelli di chi è lì per caso perché tanto di pallone non ne capisce.
Pallone, appunto.
Ne parlano tutti. Meno, dovrebbero, di calcio. Tanti, invece, di “football” che va così di moda e allora, come funghi, più che della panchina nascono fenomeni mediatici che, chissà, già domani non se li ricorderà più nessuno, Ma che importa: si scrolla e si passa oltre. Arroccati sulle proprie idee che valgono più dei risultati, delle persone e, quel che è peggio, della ROMA stessa: telavevodettisti, anti-Pellegriniani, teparechettisti, Massaristi, Dybaliani, mainagioisti e tutti gli altri isti che questa città riesce a partorisce di continuo pur di alimentare divisioni anziché unione, l’ego invece dell’ideale.
E, invece, l’ideale conta. Conta, eccome. Nel riuscire, sempre e comunque, a saper distinguere la critica dallo sfregio, l’idea personale – lecita, inevitabile e sacrosanta – dal pregiudizio, le convinzioni dal partito preso.
Per il bene di questa squadra, per la ROMA.
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