Daniele De Rossi, capitano della Roma, ha concesso un'intervista esclusiva a "Il Romanista" per festeggiare il primo anno dal ritorno in edicola del quotidiano. L'intervista integrale a firma del direttore Tonino Cagnucci, lunga quattro pagine, è disponibile sull'edizione odierna del quotidiano. Di seguito, un estratto:

La Juventus è di un altro pianeta?
«Di un altro pianeta no, sicuramente è più forte delle altre. A livello economico possono permettersi investimenti diversi da tutte le squadre italiane, da quel punto di vista viaggiano su un altro binario. Però poi dobbiamo giocare, fare un campionato, mettere la palla in campo, penso di poter dire che hanno faticato anche loro con Chievo e Parma. Dobbiamo provare ad arrivare assolutamente tra le prime 4, che è il nostro livello, dobbiamo confermarci squadra da Champions, poi vediamo: vinciamo la prossima partita, quella dopo facciamo punti e vediamo. Vinciamole tutte e poi magari se perdiamo gli scontri diretti con loro arriviamo a -6. Non possiamo pensare che sono di un altro pianeta, dobbiamo pensare di poter fare un miracolo, non perdere gli stimoli. Quasi come abbiamo fatto l'anno scorso».
  
Vincere, una parola che è diventata necessaria.
«Io sono 18 anni che sto qui, e ogni volta che esce il calendario mi faccio la tabellina mia e spero di vincere il campionato. A volte ci ho creduto fino alla fine».
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Tu sei la Roma anche come fattore che paradossalmente divide, una volta era quello che ci faceva sentire uniti, oggi è il primo motivo per dividerci. Anche, se non soprattutto, per De Rossi.
«Lo scorso anno ho ritrovato l'unità. L'anno scorso ci siamo sentiti uniti nuovamente. È quello che ho detto dopo il Liverpool... A costo di sembrare provinciali per tanto tempo ancora, ma per me i romanisti sono quelli che: "guarda questi vincono la Coppa Italia e festeggiano per tre mesi", oppure: "so' quindicesimi in classifica e vanno in 60.000 a Roma-Brescia", io vivevo de questo, io sono rimasto a Roma per questo, perché questo è essere romanisti. Poi certo ti puoi incavolare, puoi fischiare, contestare, un giocatore, l'allenatore, la dirigenza però durante la partita trasciniamo la Roma. Lo scorso anno c'è stata unità. Quest'estate ho sentito grossa amarezza durante la campagna acquisti e ho temuto si fosse perso qualcosa, invece durante Roma-Atalanta ho sentito di nuovo tutti: i tifosi hanno pareggiato con noi, hanno trascinato la Roma. Se abbiamo ritrovato questo non mi sembra una cosa da poco».
   
Bisogna distinguere sempre tra tifosi da stadio e da social.
«Di più. Insegnerò ai miei figli a fare distinzioni tra quello che vivi sui social e quello che vivi tutti i giorni nel quotidiano. Se accendo una radio o un blog e leggo: "De Rossi t'ammazzamo, porco bastardo", poi quando esco di casa e passeggio la gente non mi dice nulla, nel peggiore dei casi mi sorride e viviamo in armonia, di cosa mi devo preoccupare? Dei social? La vita è un'altra cosa. Comunque non sto più su Facebook, cioè ho cancellato l'applicazione sul telefono. E sto meglio».
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Il coro preferito?
«Non ce l'ho, vado a periodi. Ma ci sono frasi che mi fanno effetto, tipo: "Nessun mai ti amerà più di me". Ecco: "Nessun mai t'amerà più di me" mi emoziona, è una frase bella. È la cosa più bella che puoi dire. Che non significa io ti amo più degli altri, che nessuno te pò ama' de più. Significa che t'amo».
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Il Mare di Roma, quella roba là... Il Pescatore di De André, Ostia...Vale ancora? Ci vai ancora di notte da solo a guarda' er mare?
«Sì. Ho vissuto gli ultimi due mesi al mare. Ho rifatto il bagno di notte come da ragazzini la notte di San Lorenzo, con mia moglie a Ostia. Le cose che facevo da ragazzino al mare non vedo perché non si possano fare a 35 anni. Come la Roma, il mare fa parte di me».
  
L'intervista integrale sull'edizione odierna del Romanista in edicola o in digitale