L'evoluzione degli special è stata un'accelerazione scandita nel tempo, tipica di quando due persone si piacciono, si intendono e si frequentano e basta questo a migliorare l'uno e l'altro. Erano fertili di loro, Eusebio Di Francesco l'abruzzese e Ramon Verdejo l'andaluso, i loro percorsi personali di successi e buone maniere parla(va)no per loro. Ma ciò che è certo è che la miscela di questi anomali ingredienti, nel giusto terreno di coltura che è diventato Trigoria in questi anni, sta funzionando tanto da imporre nel brullo panorama calcistico italiano un dolce stil novo di risultati sportivi (la semifinale di Champions, in attesa di qualche successo da albo d'oro), crescita commerciale (testimoniata anche dalle parole dell'esperto del settore Marco Bellinazzo) e sensibili gesti di attenzione verso gli altri.

Del cosiddetto MM, il Metodo Monchi già teorizzato in un libro tradotto anche in italiano (Monchi, i segreti del Re Mida del calcio mondiale, edizioni Fandango, scritto dal giornalista Daniel Pinilla), si è già parlato nelle pagine del Romanista. Ma a volte può giovare rileggerne dei passi. Come quando a un certo punto si spiega come il punto di vista del ds rispetto agli affari del club è quasi quello di un tifoso che però ha un obbligo in più: quello di capire per tempo quando un affare è maturo, prima magari che la stessa percezione sorregga (anche) i tifosi. La cessione Nainggolan rischia di diventare un caso di specie: «La pressione mediatica - scrive Pinilla nel libro per illustrare la filosofia di Monchi - o anche ciò che vogliono i tifosi NON è rilevante per la decisione da prendere sulla cessione di un giocatore». E infatti l'operazione Nainggolan è stata condivisa dalla società e dall'allenatore e ha una doppia spiegazione: una di natura tecnico/finanziaria, su cui i tifosi si sono divisi, e l'altra, forse addirittura più importante, di tipo comportamentale. E il messaggio è giunto forte e chiaro anche al resto della squadra. Il gruppo romanista ora ha nuovi standard di riferimento a cui attenersi e certi eccessi non sono graditi: pena, l'esclusione dal gruppo, appunto.

Per tutta la stagione, del resto, Di Francesco ha sollecitato la continua crescita dell'ambiente romanista, «e parlo proprio di Trigoria, più che dell'ambiente esterno». Lui che, come gli ha insegnato il papà, è abituato a lasciare «un buon profumo» al suo passaggio, pretende che oggi al passaggio della Roma in qualsiasi ambiente rimanga il buon profumo. E quindi pretende il totale rispetto delle regole sia in campo (dove non a caso già l'anno scorso la Roma è stata la squadra meno sanzionata dagli arbitri) sia fuori. L'esempio? Lo danno loro per primi. Se dopo aver concluso otto acquisti domenica Monchi si fosse preso qualche ora di svago su una spiaggia del litorale laziale nessuno avrebbe potuto rimproverarglielo. E invece lui si è precipitato prima da Zaniolo, il baby campione d'Italia dell'Inter giunto a Roma quale parziale conguaglio nella trattativa Nainggolan, poi da Santon, l'altro neogiallorosso già insolentito da diversi messaggi insultanti di qualche povero teppista da tastiera. Il significato? Citiamo ancora dal libro: «Il dipartimento delle Risorse Umane e Assistenza al Neoarrivato, chiamiamolo così, è una questione la cui importanza (ai tempi del Siviglia, ndr) venne sottolineata da Monchi sin da subito. Molti acquisti più "sensibili" hanno bisogno di un tutor che faccia da amico, quasi da confessore, in modo che si sentano assistiti e possano indirizzare le loro energie soltanto nel calcio». Ecco perché Monchi ieri non era a Ciampino con decine di tifosi e telecamere spianate a rappresentare in diretta lo sbarco di Pastore a Roma. Ieri il "tutor" non serviva: è la «base dello schema di funzionamento» monchiano.

Quando il ds cominciò a lavorare a Siviglia, il ritornello cantilenato dai tifosi era sempre lo stesso: "Un otro año igual", un altro anno uguale, privo di emozioni. Un po' come qui, quando qualche spiritosone voleva festeggiare a maggio il decennale senza successi. Monchi & Di Fra sanno bene quanto faccia male perché sanno che significa vincere. Ma sanno anche quanto sia importante umanizzare il calcio. Ecco perché quando arrivò Jovetic a Siviglia, la maggior preoccupazione del direttore il giorno del suo esordio allo stadio contro il Real Madrid fu quella di far in modo che potesse incontrare la mamma nell'impianto senza troppi patimenti. Si chiama attenzione per gli altri, ma può servire anche per vincere. È questo il dolce stil novo romanista.