Se avete qualche amico insensibile, di quelli che si professano incapaci di provare emozioni, chiamatelo stasera verso le 22,45, neanche alle 21,15, e ditegli di lasciar perdere tutto e sintonizzarsi qualche secondo su uno dei due canali che trasmetteranno in prima tv il film "Mi chiamo Francesco Totti". Non c'è neanche bisogno che questo amico insensibile guardi il film dall'inizio, se proprio non gli interessa conoscere nel dettaglio la storia del più grande giocatore di tutti i tempi della Roma (e quest'ultima specifica la mettiamo solo per non dover discutere, ma, per quanto ci riguarda, di aggiungere "della Roma" se ne potrebbe pur fare a meno).

Per il test, basta che guardi dal minuto 96 in poi, dal momento in cui le immagini indugiano su Totti chiuso nello spogliatoio dell'Olimpico il 28 maggio 2017, nella pancia di uno stadio ribollente nel giorno del suo addio alla Roma, e poi partono le prime note di "Solo" di Claudio Baglioni, la ballata disperante di un uomo nel momento dell'ultimo saluto al suo amore più grande.

Ecco, se davvero il vostro amico riuscirà in quei 4 minuti e 40 secondi a non versare neanche una lacrima allora chiedetegli chi gli ha strappato il cuore e che cosa ne ha fatto. Perché nessuno può riuscire ad arrivare sin lì, ammesso che abbia resistito a vedere Francesco raccontare il film della sua vita senza emozionarsi prima, e non crollare di fronte a quell'espressione di amore puro, incondizionato, totalmente reciproco che condensa in pochi secondi quello che quest'uomo ha rappresentato per Roma e per chiunque si sia schierato anche solo per un attimo a difesa dei colori che la rappresentano.

A distanza di tre anni, e dopo un'emergenza sanitaria mondiale che rende ancora più suggestive e quasi inspiegabili le immagini di quel bagno di folla, il dissesto emotivo è ancora più profondo. Perché al netto di ogni ragione laica che in certi momenti della sua carriera, e anche a carriera finita, è stata capace di mettere in dubbio la sua rappresentatività a livello teorico presso qualche tifoso scettico o a livello pratico presso qualche dirigente più o meno razionale, Totti per il nostro popolo è un dogma, un principio che non può essere scalfito.

È un totem (Tottem...) che ha resistito e resisterà ad ogni (eventuale) tentativo di delegittimazione. Totti è la Roma, ricordò quel giorno la Curva Sud, in un'insuperabile sintesi issata a monito per quelli che invece avevano provato a scindere le cose. E questo non significa certo che Francesco non abbia sbagliato qualcosa nei suoi venticinque anni trascorsi "con" noi o che nelle singole espressioni di una magnifica carriera non sia stato suscettibile di qualche critica. E non significa neanche che tutto quello che ha fatto (e che farà) da quando ha calciato quel maledetto pallone nel cielo della Sud deve essere accompagnato dal coro entusiastico della claque. Il rispetto per il futuro se lo guadagnerà Francesco. Ma quello che è stato fino a oggi non può essere messo in discussione da nessuno. E se qualcuno ha dei dubbi... «Manna un po' ‘n attimo indietro?»...