Dall'omega all'alfa. Il passaggio di consegne fra Edin Dzeko e Lorenzo Pellegrini è pronto, allestito, apparecchiato, in questa fine dell'uno che è (nuovo) inizio per l'altro. Metaforicamente è già avvenuto nelle ore in cui si chiudeva la doppia trattativa per Milik alla Roma e il bosniaco alla Juventus. Ma anche il mercato ha i suoi tempi e sarà strano e un po' malinconico vedere al Bentegodi il numero 9 ancora in giallorosso (in campo o in panchina spetterà a Fonseca stabilirlo, probabilmente a ridosso del match), sia pure virtualmente già svestito dei colori più passionali del mondo e prossimo a indossare i più insipidi.

Chi proseguirà con il giallo e il rosso sarà il numero 7, che quelle tinte le ha fin da bambino sotto pelle. Sopra c'è Pelle (ovvero quel Lorenzo che soltanto a sprazzi è stato Magnifico), diminutivo del cognome, com'è tanto in voga nelle città dei club a strisce dove sembra che prima o poi tutti vogliano finire. Prima di Dzeko, anche Kolarov, ex compagni che probabilmente si contenderanno il titolo - almeno così raccontano i pronostici di inizio stagione - sulla rotta Mi-To, anche se il Mito lo hanno lasciato da queste parti. Problemi loro. I nostri riguardano il doppio vuoto creato dalle partenze: tecnico e di personalità. Il primo starà al campo colmarlo, a una squadra che sta mutando pelle (stavolta minuscola) nelle ultime ore e che si è rinfrescata con innesti giovani e più che promettenti. Quelli prelevati sul mercato e gli altri, che già erano qui e sono chiamati a dimostrare che il sentiero tracciato può diventare strada a scorrimento veloce verso le ambizioni più elevate, quelle che la Roma merita. Con Zaniolo appena dimesso e ai box ancora per diversi mesi, il peso della guida della nuova nidiata toccherà tutto a Pellegrini. Non soltanto per la fascia che adornerà il suo braccio (se da oggi o da domani poco conta a questo punto).

La personalità non si compra al mercato (forse nemmeno in quello dei calciatori), però il numero 7 ha il carattere per poterla tirare fuori. Chissà che non sia proprio la partenza di Dzeko a fungere da sprone definitivo. D'altra parte si tratta di quanto da un lato gli viene rimproverato dai critici più feroci («gli manca qualcosa in termini di cattiveria agonistica e continuità»); e dall'altro gli viene accreditato da chi crede in lui («ha tutte le carte in regola per diventare un leader e un grande giocatore»). Fra i sostenitori di Lorenzo peraltro si annoverano nomi che nella Capitale (molto più di) qualcosa rappresentano. Da Totti a De Rossi, che hanno sempre speso parole lusinghiere nei suoi confronti, passando per lo stesso Dzeko, che anche in tempi non sospetti lo ha indicato come suo successore per il ruolo di Capitano, fino ad arrivare a Fonseca, che già nei primi mesi della sua avventura romana lo aveva designato punto di riferimento di un futuro prossimo. Che è già arrivato. Prima di quanto si aspettasse chiunque, forse proprio a partire dallo stesso Lorenzo.

La sua alfa ha già coinciso col Verona: 16 settembre 2017, esordio da titolare con la maglia del cuore. Prima di allora tre spezzoni di gara: il debutto assoluto a Cesena ai tempi di Garcia, appena diciottenne; poi due scampoli con Atalanta e Atletico Madrid (in Champions), prima di ritrovarsi in campo dal 1' coi gialloblù, la Sud alle spalle, Florenzi e De Rossi ai suoi fianchi. Oggi il testimone dei ragazzi cresciuti a Trigoria è in mano a lui, che magari a sua volta dovrà instradare Calafiori. E a Verona marchierà la presenza numero 106 in giallorosso, come i gol di Dzeko e quelli di Pruzzo in A. Un numero che ritorna nella storia dei grandi legami fra i giocatori e questa maglia, proprio nella città degli amori struggenti e impossibili. Lì dove può trarre nuova linfa uno forte e possibile: fra il prossimo Capitano Pellegrini e la sua Roma.