Dopo la chiusura dell'anno finanziario della Roma, Il Romanista ha posto una serie di domande di tipo tecnico-finanziario sul bilancio del club ad un esperto della materia, un professore di Economia Aziendale che non nomineremo. Il nostro giornale, comprendendo le sue necessità di discrezione e per lasciargli la libertà di massima espressione sul tema senza il rischio di qualche ripercussione nei suoi rapporti con l'ateneo e con i suoi studenti, si fa garante della sua competenza e della sua identità presso i lettori.

Professore, partiamo dai numeri del bilancio che civilisticamente si è chiuso ieri: la Roma avrà più o meno ricavi per circa 200 milioni di euro e un rosso di esercizio di 130 (fonte Gazzetta dello Sport). Che significa?
«Nel bilancio delle società nazionali (quotate e non) non sono computati gli incrementi di valore di alcune attività, quali sono i diritti alle prestazioni dei calciatori, fino a che questi incrementi, quando i diritti vengono ceduti a terzi, non si appalesano in quanto vengono corrisposti. Il presupposto è che un giocatore vale un dato ammontare solo quando si trova qualcuno che te lo compra a quel valore. Per chi come la ASRoma Spa – e nondimeno tutte le altre società, pur se in misure diverse – ha un business model in cui la vendita dei calciatori non è un fenomeno accidentale, ma ricorrente, al conto economico mancano sempre i ricavi in maturazione, per mere ragioni di criteri contabili. Ciò si acuisce se le previste operazioni di mercato – vuoi per la vicenda Pastore in inverno o per il rinvio della finestra estiva – non sono state materialmente possibili nell'anno di riferimento. Essendo le cessioni effettive l'unico modo di contabilizzare detti plusvalori, la società non ha avuto nell'anno in chiusura determinati ricavi, ma parimenti li potrà avere nel bilancio successivo (anche se probabilmente minori per via del COVID-19)».

Che differenza c'è tra indebitamento e rosso di bilancio?
«Il "rosso" di bilancio è espressione a-tecnica per indicare il disavanzo tra costi e ricavi, con i primi superiori ai secondi. L'indebitamento pertiene invece il momento monetario. La differenza sta nel fatto che si potrebbe avere indebitamento anche se le cose "economicamente parlando" andassero bene (ricavi>costi). Si pensi, ad esempio, ad un'azienda di costruzioni che per tirar su un palazzo spende soldi per mesi/anni e incassa solo alla fine vendendo gli appartamenti (immaginando di non venderne alcuno "su carta"): la società sta creando valore, ma potrebbe nel tempo doversi indebitare e non poco. Nel periodo intercorrente, infatti, qualcuno deve fornire la stessa della necessaria dotazione finanziaria, o i soci mettendo capitale o i terzi, prestando denaro. Talora i primi decidono di prestare denaro (come nell'ASRoma Spa). Se poi il "rosso" perdura, ovviamente le cose si possono complicare».

Vediamo gli ultimi numeri: il risultato relativo ai primi nove mesi dell'esercizio 2019/20 è negativo per 126,4 milioni di euro, tale da determinare una situazione di riduzione del patrimonio netto della Società per perdite. Che rischi ci sono?
«In Italia non si possono avere debiti maggiori delle attività, il che è logico, anche se stante quanto prima – il non poter annotare plusvalori latenti tra le attività – potrebbe accadere che un'azienda debba integrare il proprio capitale pur avendo in pancia significativi valori positivi. In altri paesi si può uscire con un bilancio in cui le passività sono maggiori delle attività (avendo cioè un patrimonio netto negativo), in Italia no. Il tema è per lo più formale quando il socio o i soci si impegnino a ricapitalizzare.»

La sospensione del Ffp e la sospensione degli obblighi di ricapitalizzazione per gli effetti del decreto liquidità non hanno imposto le rituali corse alla cessione e alle plusvalenze degli ultimi anni entro la scadenza del 30 giugno: ma che cosa rischia in futuro la Roma?
«Rischia ciò che rischiano tutte le società che non hanno ricavi sufficienti. Il punto, a mio parere, è che tutte le società – non solo la ASRoma Spa – hanno all'interno del loro modello di business la cessione con plusvalori dei diritti dei calciatori. Nessuno lo può dire claris verbis per via delle ovvie conseguenze "ambientali", ma è normale per tutte le società che aspirano a competere abbinare ai ricavi da ticketing, tv rights sales e merchandising i ricavi da cessione dei calciatori. Solo in tal modo si possono sostenere stipendi importanti e acquisti importanti. Se dunque si riuscirà a cedere – pur successivamente – realizzando plusvalori, la situazione permarrà ordinariamente sotto controllo. In caso contrario, ci saranno problemi».

Nelle sue ultime comunicazioni ufficiali, la società ha comunicato che "non ha approvato, né ha in corso di approvazione, piani di ristrutturazione dell'indebitamento". Che significa? È un bene o un male?
«Per una società, approvare piani di ristrutturazione implica comunicare al mercato di essere in difficoltà. Se una società quotata non ritiene di farlo, ciò significa almeno tre cose formali ed una sostanziale. Quella sostanziale: i creditori (leggasi banche) sono tranquilli nei loro piani di rimborso. Quelle formali: 1) la società non crede di intravedere difficoltà; 2) le hanno "dato ragione" i revisori contabili, soggetti indipendenti che devono attestarne la veridicità di una simile previsione; 3) le hanno "dato ragione" i sindaci, stesso di cui al punto 2). Buona notizia quindi».

L'azionista di controllo ha rassicurato la società per iscritto riguardo il suo impegno di sostegno per tutte le necessità finanziarie almeno fino al 31 dicembre 2020, intanto garantendo 26 milioni a fronte dell'acquisto di 30 milioni di futuri crediti: è un'operazione che indebita ulteriormente il club?
«Come sopra accennato, se il socio di controllo rassicura (termine che ha valenza giuridica, non è un "prometto" vago e aleatorio), tante cose sollevate perdono forza. Circa il caso di specie, va detto che normalmente un socio non presta soldi a titolo di credito, ma immette ricchezza a titolo di capitale (cioè senza vincolo di rimborso e di remunerazione). Può capitare tuttavia che uno o più soci versino denaro nella società a titolo di "finanziamento soci" e ciò li pone nella qualità di creditori, ma in ogni caso il rimborso del loro prestito è postergato a tutti gli altri creditori. Vi è poi il terzo caso in cui un socio provveda a scambiare commercialmente con la società beni o servizi (compresa un'anticipazione su crediti quale è, semplificando un poco, quella di cui alla domanda). È ovvio che se le faccende societarie si evolvono in modo positivo, l'operazione sarà chiusa come se fatta con un operatore terzo, in caso contrario si scivolerebbe via via verso le due fattispecie precedenti. Da ultimo, se nelle more subentrasse un'altra compagine sociale (cessione a terzi dell'azienda) rimarrebbe il credito commerciale senza meno. Se quest'ultimo elemento possa aver inciso nella forma tecnica individuata, non so dire, ma sarebbe stato saggio».

L'indebitamento finanziario netto di A.S. Roma S.p.A. al 31 marzo 2020 è pari a 280,5 milioni di euro. Lo ritiene un dato preoccupante?
«Avere debiti per quanto cospicui non è un'informazione sufficiente per valutare. Occorre parametrarla ai ricavi (si parla sempre di debito/PIL non di debito e basta), e ad altri numeri dell'azienda. Si tenga conto che buona parte del debito è relativa ad un prestito obbligazionario collocato ad agosto 2019, e che quindi il mercato non molti mesi fa ha ritenuto solvibile il gruppo. Rating Standard's and Poor BB-, neanche male via».
C'è in linea generale nel dibattito calcistico una curiosa tendenza: i tifosi non amano constatare che le proprie squadre siano indebitate, eppure l'unica soluzione per molti club di vantare ambizioni superiori alle proprie possibilità di ricavi è proprio quella di indebitarsi. Non a caso oggi molti club hanno indebitamenti a tre cifre: Juventus, Lazio, Inter, Roma. Eppure solo per la Roma si fanno valutazioni molto pessimistiche.

Secondo lei perché?
«Indebitarsi per i tifosi significa non avere denari da immettere e ciò implica ridimensionamento delle ambizioni. Mentre talora costa meno indebitarsi che chiedere soldi ai soci, perché i soci "mettono bocca". Pallotta non ha il 100% e questo tante volte è sottovalutato. È come quando la suocera si offre di regalare le tende del salotto al figlio. Non vorrà indietro i soldi, ovviamente. Ma metterà bocca. Il che "costa". Se lei considera che delle società citate una sola nell'ultimo decennio non ha ottenuto risultati, credo che la risposta vada ricercata in quel contesto. Vi è poi la natura ordinariamente pessimistica di tanti tifosi. Vi è infine la contrarietà di alcuni mezzi di informazione ad una proprietà non autoctona e senza dubbio particolare nel panorama del settore, almeno in ambito nazionale. In tutti i casi, nulla che riguardi direttamente i numeri societari, che peraltro – va osservato – non sono positivi».

Pallotta è considerato un presidente non particolarmente ricco, ma ha appena dichiarato di aver investito nella Roma finora circa 400 milioni di euro (progetto stadio compreso). Secondo lei è un dato realistico?
«Per comprendere quanto denaro è stato investito, occorre vedere gli aumenti di capitale di ASRoma Spa nelle quote del socio di maggioranza – cui vanno aggiunti i capitali immessi nel veicolo societario che accoglierà (se ci sarà) lo stadio in proprietà – e confrontarli con quelli immessi dai soggetti che lei ha nominato nelle loro aziende calcistiche. Investire, si ricordi sempre, non vuol dire buttare, ma scambiare soldi di oggi con possibili/probabili soldi di domani. Il che, a patto di riuscirci, piace a tutti, di qua e di là dell'oceano».

Ha sollevato molti dubbi il ricorso ad un prestito a garanzia statale di 6 milioni preso, secondo fonti di stampa, per pagare gli stipendi del prossimo mese. È prassi tanto inusuale per le grandi aziende?
«A mio parere, una società che non ottiene ciò che legalmente può ottenere è gestita male. Grandi aziende vuol dire anche grandi responsabilità, gestirle male vuol dire fare tanto male. Altro discorso è il tema di opportunità, giacchè buona parte di quei soldi finiscono a soggetti "non indigenti", che però spendono tanto in beni prodotti da aziende in cui lavorano tutti. Non me la sentirei di applicare logiche di riprovazione nel modo in cui a volte sono trattate. Va altresì detto che la garanzia statale non implica automaticamente l'impiego di soldi pubblici che occorrerebbe in modo sostanziale solo laddove il debitore – nel caso ASRoma Spa – non onorasse il proprio debito garantito».

Esiste secondo lei un metodo diverso rispetto a quello del trading dei calciatori e delle plusvalenze per garantire competitività ad una squadra come la Roma con questi ricavi?
«Mi perdonerà, ma trading è espressione mal usata: si scambiano le cose uguali, le merci, mentre invece nel calcio lo scouting, lo sviluppo, la capacità di far crescere sono elementi fondamentali. Non si vende la stessa merce che si è acquistata. Per risponderle, secondo me non si può fare a meno di ottenere una cospicua parte dei propri ricavi (20%-30%) dalla cessione dei calciatori, a meno che non intervenga lo stadio di proprietà e che in luogo di aggiungere i ricavi da questo generati agli attuali, la società decidesse di sostituire gli uni con gli altri, cosa peraltro non velocissima».

Che cosa ne pensa del livello di managerialità della Roma americana rispetto ai numeri finanziari maturati fino ad oggi?
«Consenta una premessa. Molte delle delusioni avute negli anni più recenti, sono state il brusco risveglio da aspettative messianiche del periodo precedente. Ciò detto, non vi è dubbio che con il livello stipendiale in carico, ci si attendessero risultati sportivi ed economici migliori, e c'era possibilità obiettivamente per raggiungerli. Ma spesso chi punta troppo in alto non arriva vicino al risultato, ma paradossalmente vi arriva più distante di dove sarebbe giunto se avesse puntato più in basso ex ante. Su questo, la società secondo me è stata a volte rivedibile. Del resto, la frequente (troppo) ricerca di nuove managerialità adeguate è stata una costante della società nell'epoca americana e questo prevede ovviamente un prezzo da pagare».

Un buon manager deve sempre far rientrare il club nei margini di un virtuoso autofinanziamento? O può essere un buon manager anche chi calcola gli investimenti senza pregiudicare la continuità aziendale?
«La domanda non è posta correttamente, se posso permettermi. Finanziarsi significa trovare i denari che occorrono per operare. Sotto questo profilo, il primo finanziamento è sempre il ricavo. Autofinanziarsi invece che chiedere a terzi è sempre la scelta migliore, significa infatti aver generato tali risultati da aver messo da parte denari per il futuro. La ASRoma Spa non sta facendo questo però. Sta limitando le perdite rispetto ad un modello che fosse solo orientato ai ricavi "tradizionali", evitando che il ricorso a soci e terzi sia più impegnativo. Ciò detto, la seconda domanda non è in contrapposizione alla prima».

La Roma è a rischio di continuità aziendale e, quindi, di fallimento?
«A giudizio di revisori, sindaci e mercato no. Altri argomenti non sono semplici da sostenere da lontano. Si rischiano brutte figure. Segnalo che la ASRoma Spa è ritenuta a rischio da tanti anni…».

Dal punto di vista finanziario ed economico, secondo lei ha fatto bene Pallotta a non vendere la Roma al prezzo ribassato proposto da Friedkin (490 milioni più 85 di investimento immediati) o rischia di non avere mai più offerte migliori?
«Obiettivamente non ho elementi per dirlo. Mi spiace. Segnalo che se il conto di 400€ milioni in 9 anni è corretto, vendere a 490€ milioni significherebbe ottenere un rendimento cumulato piuttosto contenuto. Ognuno risponda per sé: lavorerebbe lei senza avere nulla per 9 anni per avere alla fine tutto insieme lo stipendio che avrebbe avuto anno per anno rivalutato alla fine del 3-5%? Non vale la risposta: "beh per la Roma..."».

Apprezzo l'ironia... Solo per lo stadio si ipotizza un investimento di oltre un miliardo di dollari. Chi lo sosterrà se, nel frattempo, Pallotta venderà la Roma? E considerando il basso livello di investimenti progettuali/industriali sulla città di Roma non le sembra assurdo che non sia ancora arrivato un sì convinto da parte dell'amministrazione comunale?
«Alla prima domanda non saprei dire. Alla seconda, ma il mio è solo un parere, credo che chi non sa fare, sappia ancor meno far fare. Ma non ho titolo alcuno perché la mia opinione abbia pregio particolare».