Le realtà parallele di cui si scriveva un paio di giorni fa, come spesso succede in questi casi, si sono ulteriormente sviluppate. Da una parte la Roma tormentata e disastrata raccontata da qualche organo di stampa e fonte di dibattito pubblico tra radio e social network, dall'altra quella operosa e convinta che tra Trigoria e viale Tolstoj sta lavorando alacremente per affrontare l'attesa ripartenza del calcio italiano con un occhio attento alle incombenze sportive più che a quelle finanziarie, queste ultime peraltro scadenzate più avanti nel tempo nell'ambito dei provvedimenti anticrisi assunti dal governo.

Confronti interni non mancano, com'è normale che sia per una società che si ritrova con un evidente squilibrio finanziario che proprio la ripartenza, però, potrebbe contribuire a ridurre, nel caso in cui dal campionato o dall'Europa League arrivasse il lasciapassare per la Champions League del prossimo anno, con relative prebende. Ma insomma è ovvio che un amministratore non possa/debba essere contento del rosso a tre cifre, che un direttore sportivo sia costretto a lavorare all'interno di un recinto così stretto, che altri esponenti del management si chiedano dove e come poter operare per migliorare i risultati di loro competenza.

Ed è altrettanto ovvio che l'estenuante attesa per il sì definitivo allo stadio abbia sfibrato anche la tempra (del dirigente) più tenace. Ma queste erano tutte valutazioni che in qualche modo erano note e persino ormai assimilate nei tristi giorni della pandemia quando c'era anche lo spettro della sospensione definitiva che avrebbe annullato anche la speranza di riagganciare la Champions sul campo.

In tutto questo è tornato a farsi sentire Pallotta che nella sua dichiarazione di appoggio a Fonseca ha anche elogiato il lavoro di sostegno di Fienga e Zubiria. Che non abbia citato Petrachi può essere stata una dimenticanza, ma di sicuro è immediatamente diventata un altro motivo di discussione nel fragile castello dei temi di cui in città ci si divide.

Ovviamente il tema adesso non sarà più la lontananza o la freddezza tra Pallotta e Fienga, su cui in questi giorni si è costruito l'ennesimo dibattito senza senso (l'ultimo tweet di elogio verso l'ad era del 24 aprile...), ma tra Pallotta e Petrachi, che dopo aver sofferto la presunta delegittimazione per le trattative portate avanti da Fienga con Paratici (a questo si sono attaccati i profeti del nulla pur di sostenere le folli trattative con la Juventus spacciate per vere dei giorni scorsi) adesso sarebbe sull'orlo di una crisi di nervi per la mancata citazione del presidente.

In realtà chi sente Pallotta lo definisce piuttosto su di giri per le strumentalizzazioni a cui la società è sottoposta in questo periodo, unica forse in tutta la serie A visto il clima di quasi unanime armonia che serpeggia negli altri ritiri alla vigilia della ripartenza. Ed è probabile che a rompere il silenzio che ha imposto l'ad Fienga sarà proprio il gran capo. E di sicuro farà rumore.