"Il lockdown un'occasione per riorganizzare il lavoro". Francesco Calvo ha partecipato a Intervallo Lungo per parlare di come la Roma abbia gestito questo periodo di stop dal punto di vista delle sponsorizzazioni, del brand e delle iniziative per entrare in maggiore sintonia con i tifosi. Ecco le parole del Coo giallorosso.

"Professionalmente questa pandemia è stata una bella sfida. Ci siamo dovuti concentrare sul calcolo dell'impatto del Covid-19 sulla Roma e sono stati dolori. Abbiamo sfruttato il lockdown per riorganizzare il nostro modello di lavoro, riorganizzare la prossima stagione, il futuro prossimo, il modo di lavorare e individuale le priorità. Abbiamo dato un'accelerazione notevole a Roma Cares cercando di dare un valore aggiunto al territorio e a livello istituzionale abbiamo lavorato sui protocolli di sicurezza per riprendere gli allenamenti e, speriamo, anche il campionato. Certamente non ci siamo annoiati".

Sulle sponsorizzazioni nell'era Covid-19
"Adesso lo scopo delle sponsorizzazioni è avere impatto diretto sulle persone e sui loro business. La nostra volontà è quella di conoscere i nostri tifosi, registrare dei dati e provare a influenzarli subito. Prima ci nascondevamo dietro alla visibilità. Poi, dall'oggi al domani ci siamo ritrovati senza calcio in tv, senza attività fisiche ed è stato difficile. Sono stati due mesi senza nulla. C'è stata una spinta velocissima verso tutti i servizi digitali. Con Roma Cares abbiamo avuto un'esperienza interessante, la Roma ha cercato di dare un contenuto tangibile e di guadagnarsi la fiducia sul territorio che è il nostro target di riferimento. In ambito digitale stiamo cercando di capire cosa fare di più per i tifosi. Mancano un po' di contenuti, ma stiamo lavorando e continueremo a lavorare. Ricominceranno le partite, ma mancherà lo stadio nei prossimi mesi ed è un altro aspetto fondamentale per noi. Il calcio è un mondo molto 'intermediato', da un lato la tv che ci intermedia con i nostri tifosi e lo sponsor tecnico che ci intermedia per la vendita della maglia, alla fine noi dobbiamo cercare di arrivare ai tifosi direttamente con prodotti fisici e non, questa è la sfida che viviamo ora e nei prossimi mesi".

Come si aspetta uno sponsor dai cambiamenti dell'era Covid-19?
"Lo sport rimarrà comunque positivo, resteremo un terreno di investimento privilegiato per le aziende che saranno comunque più selettive. C'è comunque carenza di soldi, le previsioni del Pil sono drammatiche. 'Vincerà' chi avrà capacità di coinvolgere meglio. Dobbiamo essere bravi a far capire come cambierà lo sport ai tifosi e agli affezionati".

Oggi qual è l'efficacia delle piattaforme nei confronti degli sponsor?
"Si sono fatti passi da gigante, nel 2011 quando sono entrato nel calcio questo discorso lo faceva solo il Manchester United mentre gli altri stavano in età primitiva. C'è molto margine per approfondire gli interessi dei tifosi, le squadre sono ancora troppo concentrate sullo stadio e la partita".

Sui modelli di loyalty e membership.
"Non devono essere viste come fonte di revenue, ma un servizio che offro ai tifosi da una parte e dall'altra agli sponsor. I guadagni veri non devono essere fatti con le membership. Il discorso è diverso: più tifosi ho registrati e più sono in grado di vendere la mia maglia da gioco a un valore più alto".

Quanto nelle revenue l'asset atleta diventa importante, tanto da rivedere anche il modo in cui l'atleta entra nel club di diritto?
"Gli atleti si sono 'disintermediati' negli anni, hanno alle spalle staff diversi. Gli atleti sono asset indipendenti che spesso esulano dal club di appartenenza, le dirette social sono strumenti anche divertenti, fanno engagement e intrattenimento e permettono ai calciatori anche di rivelare parti che non si conoscevano, di mostrarsi come sono davvero e non solo come li si vede in campo".

Quanto è necessario dover cavalcare nuove tecnologie?
"Le ritengo utilissime. Ci siamo fatti prendere dalla frenesia di lanciare continuamente nuove tecnologie. Abbiamo visto passare mille cose che poi nell'arco di due tre mesi spariscono. Bisogna comunque guardare alla lunga distanza".

Quanto il mondo degli E-sports può entrare tra gli asset della valorizzazione verso i partner e sponsor?
"Io non ne so molto di e-sports. Ho sempre invitato alla calma, il calcio in questo tipo di sport è piccolissimo, sarà il 3%. Lavoriamo con una E-sport house che si chiama F-Natic abbiamo squadre nostre che giocano bene, prima del lockdown avevano raggiunto buoni risultati. Alla fine dobbiamo cercare di fare ciò in cui abbiamo un valore aggiunto. C'è da dire che gli e-sport stanno diventando un fenomeno culturale, perciò li monitoriamo e cerchiamo di essere presenti attivamente. C'è anche il terrore che gli adolescenti restino davanti agli schermi per troppo tempo".