La pandemia. I morti. I numeri. Il rischio di contagio. La paura. L'angoscia. La preoccupazione. Le incertezze. La solitudine. La difficoltà a vedere un nuovo orizzonte. Gli interrogativi senza risposta. E l'astinenza dalla Roma. Può sembrare offensivo dirlo, ce ne rendiamo conto, ma c'è pure questo aspetto da affrontare in queste settimane di isolamento obbligatorio e chissà quando finirà.

La Roma ci manca come compagna e compagnia quotidiana, non sappiamo neppure quando torneremo ad abbracciarci ancora, c'è il rischio molto concreto che ne dovremo fare a meno per un periodo a cui non siamo abituati, cinque, sei mesi, senza l'emozione, l'adrenalina di una partita con undici giocatori in campo con i nostri colori, le nostre speranze, i nostri sogni, le nostre utopie.

La Roma, soprattutto in un momento come questo, può essere una specie di terapia neppure troppo collaterale, per provare a farsi forza, per guardare al futuro, provare a progettare un domani che gradualmente possa riconsegnarci a una normalità che in ogni caso sarà diversa da quella a cui eravamo abituati. È questo anche il motivo per cui, in queste giornate da isolati dentro le nostre case, la Roma in qualche maniera continua a regalarci un sorriso, a farci gridare gol, a emozionarci rivedendo una partita, una giocata, una vittoria, un volto amico.

Almeno è così per chi scrive. Tendo a curarmi con la Roma che rimane una costante imprescindibile della mia vita, come penso lo sia per qualsiasi tifoso, non solo giallorosso, ma di qualunque squadra. Provo comunque a sfamarmi di Roma. La televisione, la radio, l'infinito mondo del web, i giornali, in particolare questo che mi appartiene in modo viscerale, le telefonate, le indiscrezioni, così trascorre una buona parte della mia giornata sempre con la Roma in fondo al cuore.

Mi fa compagnia, mi garantisce un orizzonte, mi permette di ipotizzare un ritorno al futuro, mi rende orgoglioso per le iniziative che la società giallorossa ha messo in piedi in questo periodo in cui si fa fatica anche a regalarsi un semplice sorriso. È la mia principale terapia, che seguo con un'attenzione e precisione che peraltro non mi appartengono, nella convinzione che mi darà gli effetti sperati per provare a uscire fuori da questo infinito incubo.

È così ormai da qualche settimana, giorno dopo giorno. E grazie anche a Roma Tv, che sta riproponendo una serie di partite storiche della nostra squadra, sono riuscito a sfamarmi di Roma. Ne ho preso atto nella serata in cui la televisione giallorossa ci ha riproposto la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni, altro che Champions League, della stagione 1983-84, quella giocata da Campioni d'Italia, con lo scudetto sulla maglia, Roma-Dundee in un Olimpico che sento ancora i brividi sulla pelle, Agostino nostro Capitano, il Bomber a fare il bomber, il Barone in panchina a regalare serenità e intelligenza, Falcao in mezzo al campo a insegnare calcio, Cerezo a darci la tranquillità che ce l'avremmo fatta, Bruno Conti a deliziarci con il suo estro, Tancredi a garantirci che lo straniero non sarebbe passato.

Che partita, che emozione, che commozione. Non mi vergogno a confessarlo. Ho rigridato «goool» come un matto quando Pruzzo ha segnato i primi due, quando Ago ha trasformato il rigore del completamento della remuntada. Ho temuto che i condomini potessero chiamare la polizia per far internare quello scomodo vicino che stava gridando per una partita di trentasei anni fa. Ma non è arrivato nessun poliziotto a redarguirmi.

E allora, quando è andata in onda la replica di quel Roma-Barcellona che tra pochi giorni celebrerà il secondo anniversario, non ho avuto più neppure il minimo pudore a lasciarmi andare, Dzeko che alimenta una speranza, De Rossi che pure stavolta (stavolta, perché credetemi, la vivevo come fosse la prima) segna il rigore per continuare ad alimentare il sogno, quella capocciata de Manolas, com'è? «è greco», a regalarci la follia, quel gol fallito da Messi nel finale a darci la certezza che quella notte era una notte romana e romanista. E chissenefrega dei vicini di casa, tanto ormai devono aver maturato l'idea di avere sullo stesso pianerottolo un pazzo scatenato, chissà se mi ri-saluteranno quando si potrà rimettere il capoccione fuori dalle nostre caverne.

E poi, ieri, rivedere quello col Dieci, di fronte alle telecamere, parlarci di ieri, oggi e domani, il tutto colorato di giallorosso, è stata come una terapia decisiva per cominciare a venir fuori da questa tristezza che da settimane ci e mi sta coinvolgendo. Perché il Totti che abbiamo seguito ieri su Sky, è tornato il Francesco de noantri, il ragazzo romano e romanista di cui siamo stati e continuiamo a essere innamorati, l'uomo e il papà senza filtri, che parla tirando fuori la sua purezza di tifoso e di persona. È come se mi avesse regalato l'ennesimo gol della sua inimitabile carriera. E ho gridato, gol. I vicini sono sempre più disperati.