Come si può pareggiare un derby così dominato è mistero per niente gaudioso che ha che fare con le congiunzioni astrali o al limite con la fisica che ha consentito a quel pallone due volte ricacciato verso l'alto di cadere poi sulla riga di porta davanti alla punta di Acerbi, più sveglio di Lopez, Santon e Smalling a capire che perso quel treno la Lazio avrebbe perso pure la partita per manifesta inferiorità.

Ma nel calcio conta solo chi la mette dentro e quel gollonzo vale come quello di Dzeko di pochi minuti prima e niente incidono, se non nei rimpianti del popolo giallorosso, la decina di occasioni create dalla Roma, con quel pallone che proprio non voleva saperne di entrare. Così è finita 1-1 e se non ha portato a Fonseca i tre punti, porterà almeno definitivi argomenti di smentita a chi ritiene che la Lazio sia superiore alla Roma e possa addirittura puntare allo scudetto.

Non scherziamo, su, a dispetto dei sette punti che ancora separano le due squadre. E non scherzi neanche chi dice che la partita è stata uguale, ma al contrario, a quella dell'andata: un girone fa la Lazio costruì di più, ma la Roma prese due pali e costruì le sue occasioni. Ieri il confronto anche numerico è stato imbarazzante, leggere le statistiche per credere.

Già il primo tempo è stato paradossale. La Roma ha dominato il gioco: 69% di possesso palla (sceso al 67% nel dato finale), ha tirato 8 volte verso la porta (di cui 5 dentro, saranno 16 e 7 alla fine), ha avuto un'accuratezza di passaggi del 90% (contro il loro 78), ha battuto 5 corner a 1 e ha costruito palla a terra quattro nitide occasioni da rete oltre al bellissimo gol di Edin Dzeko.

Ma tutto ciò non è bastato per andare all'intervallo in vantaggio, a causa della clamorosa sciocchezza compiuta al minuto 34 - dopo che per ben due volte Ünder e Dzeko avevano avuto l'occasione per il 2-0 - su una palla totalmente innocua arrivata lenta sul secondo palo da azione da calcio d'angolo, l'unico peraltro battuto dalla Lazio nel primo tempo, su cui Santon si è alzato dritto come un fuso a colpire di testa, non si sa bene se per provare a servire Pau o se deviarla ancora in corner: sta di fatto che la palla s'è alzata verticale e mentre ridiscendeva esternamente al palo è stato stavolta proprio il portiere a rialzarla di nuovo di pugno, però subendo un'evidente spinta di Acerbi (ovviamente stavolta considerata regolamentare da Mazzoleni alla review), e sulla seconda ricaduta a piombo ha sfiorato prima il viso di Smalling sotto la traversa e poi è finita sulla riga tra il difensore inglese e il portiere spagnolo, ma Acerbi è stato più furbo di tutti e l'ha colpita di punta mandandola in porta, senza neanche esultare subito, sicuro che l'arbitro avrebbe fischiato l'irregolarità del suo gesto. E invece il regalo, confezionato dalla difesa romanista, è stato impacchettato dalla diabolica coppia di fischietti, a sancire la parità dopo un tempo dominato.

Fonseca se l'era giocata con la stessa concezione tattica di sempre, impostando stavolta a tre con Santon (preferito alla fine a Florenzi), trattenuto più basso di Spinazzola (preferito alla fine a Kolarov), con il coraggio di cui aveva parlato alla vigilia, evidentemente infuso ai suoi giocatori anche dai tifosi, prima sabato a Trigoria e poi attraverso la magnifica coreografia di inizio gara.

Terzini a parte, e con gli inevitabili cambi di Veretout per l'infortunato e di Dzeko per Kalinic, la squadra è stata quella di Torino, ma trasformata nello spirito e nella voglia. Di fronte la solita Lazio con undici uomini (i soliti, sempre quelli) attenti e bassi sotto la linea della palla, con il baricentro davanti all'area. Nel taccuino alla fine del primo tempo non è rimasta traccia di azioni laziali.

Diverse invece le occasioni per la Roma: una respinta di Acerbi su Ünder al 5'; un sinistro di Veretout dentro l'area strozzato a causa dello scarico poco misurato di Dzeko al 7'; un destro di Cristante al 13' deviato in corner; una grande apertura di Pellegrini per Dzeko contenuto da Acerbi al 24'; e poi il gol al 26', con un lancio di Cristante per Dzeko ad elevarsi in mezzo ai tre centrali e al portiere in uscita, e a beffarli tutti, per la gran festa dei 40.000 romanisti. Poi la doppia clamorosa occasione al 28', in ripartenza tre contro due, e le doppie respinte su Cengiz e Dzeko. E poi quella di Pellegrini al 44', destro a giro sul palo.

Al rientro dagli spogliatoi niente è cambiato, anzi. Pronti, via e Veretout ha sfiorato subito il gol del 2-1, poi un minuto dopo l'arbitro ha prima concesso un rigore apparso solare e poi l'ha rinnegato, chiamato al Var da Mazzoleni: rivedendo la dinamica dell'episodio anche rallentato, si vede Kluivert accelerare il taglio in area per arrivare all'appuntamento con il servizio di Ünder, e Patric allargare il compasso delle gambe di quel tanto per stendere l'olandese.

Che l'abbia fatto di proposito o no, è sembrato un danno procurato: ma Mazzoleni al Var ha insistito per richiamare il suo collega alla revisione in campo (come si fa per le decisione chiaramente errate, e questo non poteva davvero essere il caso) e Calvarese ha incredibilmente cambiato opinione.

La Roma non s'è scoraggiata, anche se la direzione arbitrale è sembrata piuttosto sbilanciata a favore dei laziali. I biancocelesti hanno provato ad approfittare del momento di sconforto per pungere in contropiede, ma non hanno mai messo in difficoltà Lopez. Mentre la Roma ha continuato a macinare occasioni, sfiorando il gol di nuovo con Dzeko (respinta di Strakosha di faccia!), con Kluivert (destro agevole fuori misura), con Ünder (sinistro respinto dopo ubriacante dribbling) e nel finale ancora con Dzeko di testa, sfortunato nella deviazione troppo centrale e con i nuovi entrati Perotti, Kolarov e Pastore (per loro sono entrati Caicedo, Patric e Parolo, e Luis Alberto uscendo ha preso malissimo la sostituzione). Ma fino alla fine la Roma ci ha provato, anzi, fino a qualche secondo prima: perché Calvarese ha negato l'ultimo assalto fischiando con qualche secondo di anticipo. Hai visto mai...