Ci fosse stato tempo, saremmo ancora lì. Nell'ampio salone, tre camere, tripli servizi, cucina, box auto doppio. Che è l'elegante quanto enorme ufficio di Luca Gallo, romano, romanista, quarantanove candeline spente ieri (auguri), grande capo della M&G multiservizi, azienda che, in dieci anni, questo signore che alla cravatta preferisce baci e abbracci, e la cosa c'è piaciuta tantissimo, ha portato a essere leader nel settore del lavoro.

Sede principale, ovviamente, a Roma, uffici in tutte le regioni italiane, oltre diecimila dipendenti, la voglia di allargarsi in Europa, prossima tappa la Romania e poi chissà, un fatturato che ormai ha superato i duecento milioni di euro annui. Ma Luca Gallo non è persona che ha confidenza con il verbo accontentarsi. Deve pensare, immaginare, progettare, fare sempre qualcosa di nuovo. E così qualche mese fa ha deciso di entrare nel mondo del calcio, sua altra grande passione figlia legittima del suo amore verso la Roma.

Si è comprato la Reggina, trovandola ai limiti del fallimento («Quando sono arrivato i giocatori avevano una maglia a testa, se la dovevano lavare a casa»), trasformandola a suon di cash (ha già speso oltre dieci milioni), avendo in testa l'obiettivo di riportarla dalla Lega Pro alla serie A. Conosciuto il personaggio non ci sorprenderebbe tra due, tre anni, dover tornare ad affrontare, con piacere peraltro se non altro per la carbonara di pesce, la trasferta a Reggio Calabria.

Presidente cominciamo da Roma o Reggio Calabria?
«Da Primavalle».

Ci spieghi.
«Io sono nato e cresciuto lì, genitori calabresi, papà falegname, le mie radici sono in questa meravigliosa borgata romana».

Borgata non proprio tranquilla.
«Vero, molti dei miei amici d'infanzia hanno vissuto storie difficili. Ma è stata la mia vita, ne sono orgoglioso. Ho cominciato a lavorare lì, partendo per un viaggio che è stato fantastico».

Ha cominciato a lavorare facendo?
«Il falegname, nella bottega di papà. Poi ho fatto altri mille mestieri e forse per questo ho deciso di creare la M&G che, appunto, si occupa di lavoro. Siamo partiti da un ufficio di trenta metri quadri, oggi solo la sede principale di metri quadrati ne conta più di tremila».

Oltre che di lavoro, ci hanno detto che lei è cresciuto a pane e Roma.
«Sono un grande tifoso della Roma. Da sempre. Da ragazzo andavo in Curva Sud. I tifosi giallorossi sono meravigliosi. Una volta, in una partita contro l'Atalanta, capitai in mezzo a dei tafferugli, passai qualche momento non proprio piacevole. E poi sono innamorato di Roma. Quando mi allontano per qualche giorno, la città mi manca, ho bisogno di tornarci il prima possibile».

A quale Roma si sente più legato?
«La risposta è facile. A quella degli anni ottanta, quella che mi ha fatto crescere con il mito del gol di Turone, quella che vinse lo scudetto regalandomi una delle gioie più grandi della mia vita, quella che secondo me è stata la più forte di tutte».

Era una grande Roma.
«Fortissima. Un grande presidente, un allenatore formidabile, calciatori fantastici, Agostino, il nostro capitano silenzioso, il bomber Pruzzo, Ancelotti, Bruno Conti che è stato il giocatore più tecnico che abbiamo mai avuto. E poi c'era un fenomeno».

Falcao.
«No, Farcao, bisogna dirlo alla romana. Mi ricordo ancora quel gol al Goteborg di Cerezo con Farcao che fu decisivo pur non toccando mai il pallone. Il brasiliano, poi, mi ha regalato una delle più belle giornata della mia infanzia».

Ci spieghi.
«Avevo dodici anni, venni a sapere che Farcao sarebbe venuto in visita a una pasticceria di Primavalle, si chiamava «Albero», oggi c'è una filiale di Unicredit. Mi preparai per incontrarlo e a forza di farmi largo me lo trovai a pochi metri di distanza. Fu come un'apparizione».

Che ricordo ha di quella finale di Coppa dei Campioni poi persa ai calci di rigore.
«Vuole sapere una cosa?».

Siamo qui per questo.
«Piansi come un bambino dopo quella sconfitta, papà provò a consolarmi, non ci riuscì. Ancora oggi se ci ripenso mi girano le scatole».

Ha pianto altre volte per la Roma?
«Sì, recentemente, non me ne vergogno, perché queste seconde lacrime sono state di felicità. Sono venute fuori dopo l'impresa contro il Barcellona. Che notte fantastica».

Con la Roma di questi anni che rapporto ha?
«Da tifoso, come sempre. Peccato non ci siano più Totti e De Rossi, Francesco mi ha regalato moltissime gioie, era un giocatore che aveva gli occhi dietro la testa, un fuoriclasse».

C'è un gol della Roma a cui è particolarmente legato?
«Ce ne sono molti, ma se ne devo scegliere uno dico quello di Luca Toni all'Inter nell'anno della grande rincorsa all'Inter di Mourinho. Pure lì finì con una delusione, ma fu una cavalcata fantastica».

Da imprenditore come si spiega le difficoltà a fare lo stadio della Roma.
«Io dico soltanto che tifo perché si faccia. Sarebbe una grande cosa per tutti noi».

Ha mai pensato di comprare la Roma?
«No, i numeri non possono che sconsigliarmelo».

Si è consolato con la Reggina.
«Pensi che, avendo deciso di entrare nel calcio, ero a un passo dall'acquisto della Sambenedettese. Le cose però andavano a rilento, mi dissero della possibilità della Reggina e ho chiuso con la società calabrese. Un gesto d'amore verso la terra dei miei genitori. Ho speso i primi soldi, duecentomila euro, quando ancora non avevo firmato il contratto d'acquisto».

L'obiettivo qual è?
«Riportarla in Serie A, ci riusciremo. A Reggio Calabria la squadra è una specie di rivalsa sociale, in giro per il mondo ci sono tre milioni di tifosi reggini».

Per sfidare la sua Roma?
«È un sogno, voglio trasformarlo in realtà».