L'Italia era evidentemente nel suo destino, come testimonia l'ormai celebre video delle sue nozze. Che non solo si sono svolte nel Belpaese (a San Lazzaro degli Armeni, isola della Laguna di Venezia), ma hanno avuto come ospite d'onore Albano Carrisi. «Volare, oh-oh!», intonavano Henrikh e consorte insieme al cantante pugliese. A proposito di voli, quello di ieri lo ha riportato nello Stivale per accasarsi a Roma: ad accompagnarlo c'era proprio la moglie, sposata lo scorso giugno. Il destino ha voluto dunque che tornasse in Italia, dove il talentuoso trequartista si augura di ritrovare lo smalto - sia in termini di minutaggio, sia dal punto di vista delle prestazioni - che aveva spinto Josè Mourinho a portarlo a Manchester per 31,5 milioni di euro.

Nel nome del padre

E pensare che, da bambino, Mkhitaryan detesta il calcio, perché in esso individua il motivo dell'assenza del padre. Hamlet, attaccante classe 1962, ha accettato la proposta dei francesi del Valence, ma ogni volta che esce di casa per recarsi agli allenamenti il piccolo Henrikh scoppia in lacrime. «Gli chiedevo di portarmi con lui agli allenamenti - ha raccontato in un'intervista ai media inglesi - Ma lui non voleva. Una volta mi disse che andava a fare la spesa, ma tornò quattro ore più tardi e capii che in realtà si era recato al campo». La carriera di papà Hamlet, però, si interrompe bruscamente. A trentatré anni, la diagnosi è la più tragica: tumore al cervello. Nel 1996, quando il padre muore, Henrikh ha soltanto sette anni e quasi non si rende conto dell'accaduto. «Ricordo mia madre e la mia sorella maggiore sempre in lacrime - le sue parole in merito - Io chiedevo loro: "dov'è papà?". Col passare del tempo, mi fecero capire l'accaduto». Per cercare in qualche modo di rimanere in contatto con il padre, però, Henrikh sfrutta la tante videocassette delle sue partite che ci sono a casa. «Le guardavo anche tre volte a settimana: mi riempiva di gioia vedere mio padre festeggiare un gol, era come se non se ne fosse mai andato». Da lì inizia l'amore di Mkhitaryan nei confronti del calcio: la trafila nelle giovanili del Pyunik, quindi il passaggio al Metalurg Donetsk prima di accasarsi allo Shakhtar allenato da Mircea Lucescu. In arancionero si consacra a livello internazionale, giocando la Champions (dove affronta e batte anche la Roma, nel 2010-11).

Eroe nazionale

Nel 2013 Klopp lo porta a Dortmund: col Borussia segna il suo primo gol in Champions proprio contro l'Arsenal, sua futura squadra. In Germania 140 presenze, 41 gol e 49 assist: arriva la chiamata dei Red Devils, Mourinho è rimasto stregato dal suo talento. Con lo United conquista un'Europa League da protagonista (11 presenze e 3 reti), segnando anche nella finale contro l'Ajax. Ma quando il Manchester decide di fare follie per Alexis Sanchez, la pedina da sacrificare è proprio lui, che si accasa all'Arsenal. Con Wenger il rendimento è altalenante, con Emery si rilancia, ma rinuncia alla finale di Europa League a Baku a causa dei rapporti tesi tra Azerbaigian e Armenia. Chiuso da Aubameyang, Lacazette, Pépé, Ozil e gli altri, coglie al volo l'opportunità accettando la chiamata della Roma. Dove spera di tornare a giocare con continuità e a brillare come spesso ha fatto nel recente passato.

In Armenia, nel frattempo, le bancarelle e i negozi già si preparano a mettere in vetrina le nuove maglie del figlio prediletto. Henrikh in patria è una leggenda già da tempo, al pari del grande cantante Charles Aznavour: tutti, anche i non appassionati, sanno chi sia. Ovunque, non solo a Yerevan, campeggiano le sue divise. Quelle della nazionale (di cui è capitano e miglior marcatore di tutti i tempi con 27 gol), ma anche delle squadre passate: Shakhtar Donetsk, Borussia Dortmund, Manchester United, Arsenal. E, simbolicamente, da ieri anche quelle della Roma.