L'investitura gli è arrivata in tempi non sospetti e da due freschi ex che di romanismo se ne intendono. Nel momento dei rispettivi addii dalla casa madre, Totti e De Rossi hanno insignito Lorenzo Pellegrini del titolo di erede. E il ragazzo cresciuto nel vivaio a 23 anni compiuti da poco (il 19 giugno scorso) è ormai pronto a raccogliere la nomina. Senza tanti proclami, facendo valere più il lavoro sul campo che le parole, poche e sempre selezionate con cura.
Il piglio esibito nel derby disputato domenica è sintomatico di una crescita esponenziale del numero 7, che a partire proprio da un altro derby - quello giocato nel settembre passato - ha conferito l'opportuna accelerazione alla propria carriera. Quel giorno la vittoria portò in calce la sua firma, un colpo di tacco sul finire del primo tempo che diede il via al 3-1 della Roma. Una stagione dopo, Pellegrini ha ricominciato nel modo migliore. Il ruolo che gli ha attribuito Fonseca è centrale in ogni senso: dalla posizione nel cuore del 4-2-3-1 impostato dal portoghese; ai compiti, distribuiti fra rottura del gioco avversario, regia di quello giallorosso e inserimenti senza palla in avanti.

Già nella gara d'esordio contro il Genoa Lorenzo si era mosso più che bene, impreziosendo la sua prestazione con un lancio di ispirazione tottiana per Ünder. Alla seconda giornata il suo rendimento è ulteriormente cresciuto. All'inizio ha sofferto l'inferiorità numerica nei confronti dei dirimpettai. Poi prese le misure, ha cominciato a dettare legge, toccando un'infinità di palloni e provando anche percussioni personali che hanno fruttato più di una palla inattiva, altra soluzione nelle sue corde, Kolarov permettendo. Con il serbo ha avuto una discussione al debutto proprio per stabilire a chi spettasse calciare le punizioni. Considerando la storia e l'indole del serbo, Pellegrini ha messo in mostra una discreta dose di carattere. Confermata poi dall'alterco avuto nel corso dell'ultima sfida, quando ha risposto a muso duro alle rimostranze di Correa: avversario zittito e mandato lontano, metaforicamente come nella sostanza. Anche in questo caso senza gesti eclatanti. Ma con la personalità necessaria per interpretare lo spirito profondo di una partita del genere. E per incarnare il romanismo più autentico.