Era nell'aria. Magari non così, ma i presagi erano stati tutti nefasti. E per questo sono tutti colpevoli, nessuno escluso. Perché i segnali c'erano stati, pure troppi. Il problema intestinale di Manolas a poche ore dal fischio iniziale era stato soltanto l'ultimo, l'unico difensore degno di questo nome di un quartetto che negli altri tre è tutto un quiz. E non è un caso che il gol iniziale di Caicedo e il rigore del raddoppio, siano arrivati proprio dalla parte solitamente presidiata dal greco, ieri sera invece da un Fazio imbarazzante che si è fatto uccellare su una rimessa laterale guardando la tribuna invece del pallone e, poi, ha permesso a Correa di girargli intorno, lui con una corsa da maratoneta al cospetto di uno scattista, il tutto proprio nel momento migliore della Roma che almeno in un paio di occasioni era andata vicinissima al pareggio.

Era nell'aria perché un po' lo indicavano i numeri, con la Roma che veniva da una lunga e felice striscia di derby positivi, ultimo quello del girone d'andata, ma anche da una striscia in campionato di otto partite che avevano garantito venti punti, sei vittorie e due pareggi, numeri importanti per carità, ma che non avevano nascosto le problematiche di una squadra difficile da mettere insieme. Era nell'aria ancora di più nei primissimi minuti della partita, con una squadra che giocava e i nostri che guardavano. Puntuale come la scadenza di una rata del mutuo, è arrivato il gol dello svantaggio, ennesima volta in questa stagione, e sappiamo purtroppo bene come se questa Roma va sotto, poi recuperare è un problema quasi insolubile (Frosinone non può fare testo).

Ma era nell'aria, soprattutto, perché questa Roma, caro Di Francesco, non è mai stata una squadra, sono pochissime le partite in cui si è vista la Roma giocare un calcio dignitoso, incapace di capire, mettiamola così, quello che vuole il suo allenatore che, peraltro, delle volte non si capisce neppure da solo. Come spiegare altrimenti, una Roma che inizia (si fa per dire) il derby con il quattro-tre-tre e dopo una trentina di minuti viene risistemata con il quattro-due-tre-uno a conferma di una squadra che come la giri la giri, non si trasforma in un gruppo con un senso compiuto?

Era nell'aria perché le due precedenti partite avevano fatto scattare altro che il campanello d'allarme. È vero, sei punti con Bologna e Frosinone, ma ve le ricordate quelle due partite, alla fine giallorossi vincenti, ma incapaci di darsi una risposta al perché avessero vinto, scherzata dal Bologna, recuperata dal Frosinone, non dando mai la sensazione di poter far valere la superiorità tecnica. Era nell'aria pure perché l'Inter aveva perso, c'era la possibilità di salire per la prima volta nella stagione in quel quarto posto che vale un tesoro e, anche, di dare il colpo di grazia alla Lazio, distante sei punti (e una partita in meno), estromettendola definitivamente dalla corsa Champions, numeri che dovevano dare un ulteriore stimolo, in realtà si sono trasformati in un sonnifero per una Roma che nel primo tempo è stata inguardabile. Non vogliamo, invece, credere che fosse nell'aria perché mercoledì prossimo si giocherà la gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions sul campo del Porto, perché se veramente fosse stato così allora il verdetto di colpevolezza, che pure c'è ed è pesante, non potrebbe garantire neppure le attenuanti generiche.

Era nell'aria, arriviamo a dire, perché si era capito dall'inizio della stagione che i problemi strutturali della rosa erano difficili da risolvere, perché il quartetto dei difensori centrali lo avete visto tutti purtroppo, perché nel gruppo dei centrocampisti non ce ne è uno che tra le sue caratteristiche migliori ha quella di recuperare pallone e ripartire che è poi quello che vorrebbe Di Francesco, perché in porta non c'è più santo Alisson. Paradossalmente c'è ancora la possibilità di dare un senso a questa stagione, ma questo non toglie che questa sia una Roma sbagliata. Sette gol a Firenze, tre nel derby, serve altro? Speriamo di no.