Il nemico è il Torino più che il Feyenoord, sia perché viene prima sia perché uno potrebbe paradossalmente rappresentare l'ostacolo dell'altro. Tanto che nella lunga giornata che l'Uefa "impone" ai club per rappresentare ai media la propria immagine nella settimana di vigilia della finale di Conference League, la frase che risuona più significativa, Mou a parte, la esprime Mancini: «Con la testa siamo concentrati su Torino, e su giocare 90 tiratissimi minuti lì.

Poi in finale non sarà un problema, neanche se dovesse capitare di giocare i supplementari: a Tirana potremo giocare anche 300 minuti e risponderemo tutti presente». Dal suo sguardo si capisce che aria tira, al netto degli allarmi per la gestione dei calciatori (ieri non erano in campo ovviamente né Zaniolo né Mkhitaryan, ma neanche Smalling e Karsdorp, la speranza è che siano tutti recuperabili almeno per l'Albania), della stanchezza mentale e fisica (Firenze la preoccupante pausa che si è presa la squadra, forse inevitabile due giorni dopo la bolgia col Leicester), con qualche rischio di sottovalutazione o sovradimensionamento. Ma a Trigoria si lavora bene, consapevoli che tutto ciò che si sta facendo sarà giudicato ex post: trionfalmente nel caso in cui la doppia trasferta di venerdì/mercoledì andrà nella maniera migliore, disastrosamente nel caso peggiore.

Ma se c'è un esperto di questi temi è Mourinho che ieri ha lasciato spazio ai suoi collaboratori per guidare l'allenamento "fake", come l'ha definito (si è "goduto" tutta la seduta rimanendo all'ombra della panchina), e poi si è sottoposto alle diverse interviste previste dal protocollo, più la conferenza stampa che sostituirà quella rituale del prepartita, originariamente prevista per oggi. Si sta più tranquilli sotto l'ombrello di uno abituato ad andare in finale come un comune mortale entra in un supermercato:

«Per me è la più importante della mia carriera», il titolo che ha richiamato l'attenzione di tutti, al netto del principio di ovvietà che lui stesso allega: «Ma solo perché le altre le ho già giocate». Ti sorprende anche quando non sembra volerlo fare e accadrà spesso in una conferenza stampa che se ve la siete persa vi consigliamo di leggerla attentamente in queste pagine. Perché lì c'è tutta la sua storia di allenatore, di precettore, di educatore, di sportivo, di sindaco di questa città.

In campo la Roma si è allenata sodo sotto il sole, mentre qualche centinaio di metri più in là arrivavano gli echi delle esultanze per la vittoria della Roma under 16 sull'Inter, maglie sudate di qua e di là, primi trionfi di una carriera aperta da una parte, la vecchia corteccia di Mourinho dall'altra. Inusualmente i due jolly di centrocampo della partitella (quelli che in casacca bianca sono esentati dalla fase difensiva e giocano con la squadra in possesso palla, per creare superiorità numerica) sono stati Cristante e Ibañez, e se è normale per uno è un po' strano per l'altro. Ma c'è una risposta per tutto: «Voglio che si abitui ad avere più padronanza in campo nel possesso anche sotto pressione».

Altro che allenamento fake. El Shaarawy ha fatto tre bellissimi gol alla El Shaarawy (imprendibile destro a giro sul palo lontano), Pellegrini uno alla Pellegrini (di classe, superiore), Spinazzola per la cronaca ha fatto il terzino destro (che è come far correre Superman con la kryptonite in tasca): «Ma se manca Karsdorp potrà essere un'alternativa anche a destra». Niente di tattico, ovviamente, non davanti a tutte queste telecamere. Spazio semmai per i sorrisi a fine allenamento, quelli tirati dei giocatori a fine stagione, quello spettacolare di Spinazzola, che pare un bambino al Luna Park. Sogna la finale, dopo aver perso quella di Londra un anno fa. Sarebbe un cerchio che si chiude. L'ennesimo della Roma di Mourinho.