Faceva freddo, quel 21 ottobre dello scorso anno a Bodø, proprio come farà freddo stasera mentre a Roma, allora come oggi, si respirava aria di primavera fuori stagione. Chissà se fu quello, allora, a confondere i giocatori della Roma. Di sicuro ci fu un mega errore di sottovalutazione, probabilmente a partire proprio dall'allenatore che operò un maxi turn-over rispetto alla sfida di quattro giorni prima con la Juventus e se ne pentì dopo appena 45 minuti. Della formazione di quella sera solo due (Rui Patricio e Ibañez) saranno in campo questa sera dall'inizio. Se c'è un vantaggio che la Roma si è portata ieri in Norvegia è proprio quello di aver vissuto quella terribile serata. In fondo, non ci sarà neanche bisogno stasera che nel discorso prepartita Mourinho possa evocare qualche brutta immagine per convincere i propri giocatori a dare il massimo: le brutte immagini stanno lì, quella sera è rimasta indimenticabile per tutti, per chi l'ha vista e per chi non c'era, direbbe il poeta. Chi c'era, invece, non potrà dimenticare il rumore quasi delicato di quello stadiolo, quell'unico coro intonato dai suoi tifosi, «Bo-dø Glimt!», ritmato con frenetici clap delle mani, la crescente sensazione del possibile miracolo, con la speranza nei giocatori vestiti di giallo che diventava presto una concreta possibilità e poi una quasi incredibile certezza mentre davanti ai loro occhi, frastornati dalle loro giocate, i giocatori della Roma si scioglievano, incapaci non solo di reagire, ma di capire anche in quale trappola fossero caduti.

Così certe cose è bene ripeterle, per esorcizzare il rischio che si corre: Knutsen è un buon allenatore, la sua squadra gioca davvero un bel calcio anche se il valore dei suoi giocatori in totale non raggiunge neanche il costo del cartellino di Kumbulla, che su questo terreno sintetico ha vissuto la peggiore serata della sua intera carriera. Occhio, dunque: questa è una squadra veloce, capace di difendere e attaccare sempre in blocco, guai a perdere la concentrazione, guai a pensare che sia un compito facile, guai a confidare solo nella gara di ritorno (anche se i 60.000 spettatori previsti scalderanno l'aria più del ponentino).
Mourinho continua ad essere spavaldo, in fondo è la sua forza. Sotto il peso di un 6-1 che avrebbe tramortito qualsiasi altro allenatore, lui trovò il coraggio di provocare i giocatori avversari nella conferenza stampa postpartita, dicendo che gli avrebbe aspettati all'Olimpico per vedere se avevano ancora la forza di correre. Purtroppo ce l'ebbero, anche se un gol nel finale di Ibañez pareggiò i conti: finì due a due anche se poi norvegesi mancarono clamorosamente l'ultima partita con lo Zorya favorendo proprio la Roma che arrivando prima si è risparmiata il doppio turno di febbraio e marzo che comunque i norvegesi hanno superato con disinvoltura battendo due volte il Celtic e conquistando con l'AZ Alkmaar la qualificazione ai tempi supplementari. La loro incognita della vigilia deriva dal fatto che hanno appena cominciato il campionato (pareggiando in casa 2-2 con il Rosenborg). Il sintetico è invece un'incognita per la Roma: come ha detto Mourinho ieri, su questa superficie è un altro sport. Ma è chiaro che non ci sono scuse che tengano, la Roma dovrà giocare e sfruttare semmai al ritorno il vantaggio di giocare con temperature presumibilmente assai più alte sul manto erboso bello come quello dell'Olimpico di questo periodo.

In palio c'è un'altra qualificazione alle semifinali, e sarebbe la terza in cinque anni per la Rometta che non vince mai. A conferma di una vocazione internazionale che con l'arrivo di Mourinho si è ulteriormente consolidata. L'Europa, insomma, fa bella la Roma. Peraltro, sono addirittura 22 le gare consecutive nelle coppe in cui la Roma segna: battuto, con il Vitesse, il record della Juventus. Ora non bisogna fermarsi.