Pasta da capitano. Anche con un'altra maglia addosso. L'unica oltre a quella giallorossa, attaccata alla pelle. Anche senza fascia al braccio. Non sempre ce n'è bisogno per ottenere i gradi. E De Rossi in Nazionale è stato uno dei leader incontrastati. Fino all'ultimo istante.

Lunedì sera, nel punto più basso toccato dal calcio azzurro nell'ultimo sessantennio, Daniele è sceso agli inferi con il gruppo che ha sempre sentito suo. Per poi elevarsi su una vetta che soltanto uno della sua tempra poteva raggiungere. Ventura lo ha tenuto fuori dalla formazione iniziale, poi in preda al panico, mentre i minuti scorrevano e lo spettro dell'umiliazione aleggiava sempre più minaccioso su San Siro, ha provato a rimediare. Creando ulteriore confusione. È stato in quel momento che De Rossi ha mostrato tutta la lucidità che mancava a chi gli sedeva accanto sulla panchina milanese. Si è tenuto fuori per tener dentro l'Italia. «Non dovemo pareggia', dovemo vince», indicando El Shaarawy e Insigne, due punte forse più adatte a sbloccare il risultato. Per quanto in fatto di gol segnati in azzurro pochi reggono il confronto con lui. Nessuno fra i giocatori in attività.

Avrebbe potuto pensare a se stesso, alla chiusura di una carriera leggendaria anche in Nazionale, ad accumulare un gettone in più dei 117 con i quali ha chiuso (quarto di sempre), a provare la gloria personale, a cercare di ergersi a salvatore della patria. Invece si è concentrato sulla squadra. Se questo non vuol dire essere capitano (in pectore o di fatto, conta poco), che ne riscrivano pure il significato. Accresciuto, se possibile, da un post partita ancora una volta enorme. Lui che nemmeno aveva giocato, a metterci la faccia, ad annunciare l'addio «dolorosissimo» e a prendersi le responsabilità di «un biennio nerissimo». I responsabili veri a temporeggiare prima, a cincischiare balbettando in politichese poi, a rimandare doverose dimissioni (che forse non arriveranno mai) a data da destinarsi.

Così ha chiuso Daniele con l'azzurro, titano in mezzo agli ignavi. Distante e distinto da tutti gli altri per chi lo guarda dall'esterno. D'istinto e d'istante per lui, che parte fondamentale del gruppo si è sempre sentito ed è sempre stato riconosciuto.

Daniele De (giallo)Rossi

Così ricomincia dal suo amore primordiale. Alla Roma si dedicherà in maniera esclusiva per questi due anni che restano certificati dall'ultimo contratto. È casuale e al tempo stesso significativo che il calendario abbia disposto immediatamente dopo la gigantesca delusione nazionale, un altro impegno mica da ridere per De Rossi. Quasi a non voler dare tregua alla scia emozionale che lo segue. Non c'è tempo per rifiatare, l'adrenalina risale subito.

Daniele ha le spalle larghe e sul braccio questa volta una fascia la avrà anche materialmente. Dietro di sé non avrà chi fischia inni, ma chi intona il proprio. Che poi è anche il suo. Avrà chi soffia da Sud e sostiene le cadute. Per la prima volta in carriera sarà l'unico Capitano, senza aggiunte temporali. Semplicemente (si fa per dire) il Capitano della Roma. Quello degli ultimi vent'anni probabilmente sarà poco più su, in tribuna. A tifare per lui e per il resto della squadra. Uno ha abdicato sei mesi scarsi fa, affidando la sua colossale eredità all'altro, che a sua volta ha appena lasciato dopo una vita quell'azzurro cui ha tenuto tanto. Entrambi avevano segnato i primi gol con le due maglie un 4 settembre. A distanza di dieci anni.

Ora si volta pagina, proprio nella sfida più sentita. Una gara che non serve soltanto a ristabilire le dovute gerarchie, ma anche e soprattutto a lanciare la Roma verso una vetta che sembra meno lontana, nonostante il maledetto asterisco in classifica della partita da recuperare. Una vittoria nel derby può spalancare scenari finora non ancora ipotizzati. Dzeko si è già esposto, qualcun altro comincia a mormorare che nulla è precluso a questa squadra. L'ambiente sembra ricompattato. Tutto va nella direzione giusta. Protetto dai muscoli del Capitano.