Presidente, ti avevamo intervistato giusto un anno fa, il 1' marzo. Ti avevamo lasciato che stavi programmando la tua festa per il 60° compleanno, circondato da tanti amici e familiari che ti volevano bene. Lo scorso 13 marzo ne hai compiuti 61. È stata una festa diversa…
«Beh, avevo invitato a casa la mia famiglia e pochissimi amici, avevo in mente una festa molto ristretta. Ovviamente ho dovuto disdire tutto e ho trascorso un compleanno da solo a casa con i miei cani. Per fortuna al di là della siepe, che detta così sembra il titolo di un romanzo, abitano mia figlia e mio genero, con il mio nipotino Lorenzo e almeno ho potuto vedere loro».

Da padre, da uomo, da sportivo, da figura istituzionale, c'è un aspetto di questa maledetta emergenza che in qualche modo ti fa soffrire di più?
«Vivo stati d'animo diversi, tutti sanno che io sono sempre stato una persona positiva, ho sempre divulgato questa mia filosofia e anche oggi non la disconosco. Di certo la cosa che maggiormente mi preoccupa, in ogni veste, è la mancanza di certezze su quello che accadrà domani.

Dando un'occhiata all'agenda stamattina, campeggiava una scritta quasi commovente: ore 18, Roma-Udinese.
«Se ti dico che delirio sia stato, provando a cogliere il senso più ironico di quanto ti racconto, il mutare della mia agenda delle ultime settimane, è stato quasi divertente. Ovviamente ho impegni programmati a ore, a giorni, a settimane, a mesi e persino ad anni, e sistematicamente è saltato tutto, anche il primo tentativo di riprogrammazione e poi un secondo. Ora sono rientrato nel concetto di incertezza totale».

Capitolo Olimpiadi: dall'esecutivo del Cio che si è riunito in teleconferenza è emerso che ci sarà probabilmente uno spostamento di 4 settimane, comunque si terranno nel 2020. Non è in agena la cancellazione. Qual è la posizione del Coni?
«La premessa è che oltre a essere presidente del Coni, io sono anche un membro del Cio: se ognuno dei circa 100 membri del Cio esternasse la propria opinione al riguardo, in spregio al rispetto delle regole e al codice etico che ci siamo dati, forse faremmo la fortuna della tua categoria, ma non aiuteremmo a risolvere il problema. Ci sono opinioni diverse ovviamente. L'idea di slittare di un mese può essere una soluzione, o lo spostamento a ottobre anche, ma sono opinioni: e io proprio per il rispetto del mandato che ho conferito a Bach, che a sua volta deve interloquire con il governo giapponese, mi astengo volentieri dal dare la mia».

Restiamo dunque in attesa.
«Le persone che devono decidere sono tutte molto responsabili. Sottolineo solo che tutto quello che al momento è saltato è perché era fissato al di qua di una certa linea: per ora nessuno ha preso decisioni, che ne so, sul torneo di Flushing Meadows in agosto. È chiaro che si navighi a vista e che non si può andare troppo in là, ma diamo la possibilità a chi conosce tutte le carte, e soprattutto tutti gli impegni contrattuali, di prendere le decisioni migliori. Senza pressioni».

Quando si deciderà?
«Mi pare di capire che le decisioni arriveranno molto presto».

Tra le tante storie di sportivi che si stavano preparando per Tokyo e che ora sono piombati nell'incertezza, ce n'è qualcuna che ti ha colpito in particolare?
«Sono talmente tante che farei fatica a sceglierne una, se consideri che scarico tre pile di batteria al telefono ogni giorno. Ma ti posso raccontare l'ultima ed è un tema che stavo trattando cinque minuti prima di questa intervista. Ci sono le "farfalle", le nostre atlete della ginnastica ritmica, che sono da quattro anni in ritiro permanente. Sono un'eccellenza del paese, tra le nazionali più forti al mondo. E quando dico che stanno in ritiro, è esattamente come le squadre di calcio quando vanno in montagna d'estate. Loro sono a Desio, si allenano due volte al giorno, mangiano insieme, studiano insieme, dormono insieme in un albergo che sta di fronte alla struttura dove si allenano, e ora con quest'ultima ordinanza l'hotel dovrebbe chiudere e ora loro non sanno fisicamente dove andare. E se si fermano rischiano di buttare un lavoro di quattro anni. Ecco, questa è solo l'ultima storia e io ancora non so come andrà a finire».

In qualche modo presiedi anche un movimento intero di sportivi. E tra le conseguenze del coronavirus c'è anche quella di aver bloccato l'attività sportiva di tanti dilettanti e amatori.
«Ti faccio i conti: al Coni fanno capo 44 federazioni, 19 discipline sportive equiparate statutariamente alle federazioni e 15 enti di promozione, più ovviamente tutte le componenti tipo atleti, tecnici, membri Cio, le benemerite ecc.. Solo federazioni, discipline e enti di promozione valgono 12.400.000 persone che sono tesserate per un'associazione, un ente o una dsa che a sua volta è affiliata al Coni tramite registro. E qui dentro c'è di tutto, dalla medaglia d'oro al cinquantenne della categoria master che va a farsi una gara una volta l'anno. E ora sono tutti fermi, tranne rarissime eccezioni a cui è consentito di allenarsi perché atleti professionisti».

Da runner e comunque da sportivo ti è dispiaciuta la criminalizzazione della categoria?
«Mi spiace dirlo, ma l'ulteriore giro di vite si è reso tristemente inevitabile per colpa di qualcuno che ha penalizzato quelli che correndo soli e rispettando tutte le prescrizioni ne avevano un gran beneficio».

Purtroppo se n'è andato anche il miglior narratore di sport: Gianni Mura.
«Guarda, l'ho saputo quasi in diretta per un beffardo caso del destino. Così ho subito chiamato Emanuela Audisio, la tua collega di Repubblica che lo stava ospitando lì a Senigallia con la moglie Paola, ho parlato con entrambe manifestando il mio sentimento e poi gli abbiamo dedicato le parole che questo gigante della narrazione sportiva meritava. Fare certe classifiche è ingiusto ma direi anche impossibile, però hai ragione tu: se si facesse un sondaggio tra gli italiani, e non solo, per sapere chi meglio di tutti ha raccontato lo sport in Italia uscirebbe sicuramente fuori il suo nome. Anche per questo suo eclettismo, non solo nell'uso delle parole, ma anche nel racconto di sport tanto diversi. E questo è un altro merito inconfutabile».

Una riflessione forse la meritano anche i circoli sportivi. Tu sei legato all'Aniene, che è uno dei più antichi. E ora è chiuso come tutti. Quante volte aveva chiuso nella sua storia?
«Questa è una domanda che non mi avevano posto e forse invece racchiude una verità molto significativa. L'Aniene è stato fondato nel 1892, 128 anni fa, e comprendendo i tre anni della prima mondiale e i cinque anni della seconda, non è stato mai chiuso un giorno. È chiuso dal sabato della prescrizione del Governo. Questa cosa dice tutto».

In quel famoso lunedì, da una parte avete chiuso lo sport anticipando l'intervento del Governo dall'altra auspicando un intervento diretto delle istituzioni. E da quel giorno anche il calcio si è dato una regolata. Ma qualche voce difforme ogni tanto esce fuori dal coro. Non è il momento forse di fare polemiche istituzionali, ma non stona un po'? Tu hai modo di confrontarti con i presidenti, anche quelli non allineati?
«A livello istituzionale mi sento frequentemente con il presidente della Federazione Gravina, che resta il mio interlocutore unico. Poi per motivi personali mi può capitare di sentire i rappresentanti delle leghe, ho ricevuto telefonate da diversi presidenti e amministratori delegati per normali scambi di opinioni. In ogni caso, allineati o no, oggi qualsiasi discorso che cerchi di andare fuori dalla voce unica che non è solo di una lega, ma proprio del Paese, mi sembra a dir poco fuori luogo. Oggi bisogna parlare ad una voce sola. Poi all'interno dei contesti specifici ognuno è libero di discutere i suoi temi nei suoi consigli federali».

Hai provato a immaginare il futuro delle società calcistiche?
«Torniamo al concetto dell'incertezza e ai vari se. Io non so se riusciranno a finire i campionati, le competizioni europee e il resto. Quando si potrà ricominciare si dovrà fare un ragionamento sullo stato delle cose che riguarderà tutti, società, giocatori, stadi, televisioni, sponsor, dirigenti ecc ed è normale oggi prevedere un tema di ridimensionamento di tutti i soggetti economici del paese, nessuno escluso. Diciamo che l'unico "non svantaggio" è che molto plausibilmente questo varrà anche per i cosiddetti competitors. Sarebbe stato drammatico se questa cosa fosse capitata solo a noi, ma ormai è evidente che saranno coinvolti tutti a livello mondiale».

La Protezione Civile ci ha raccontato quanto stia operando con profitto la Roma non solo per le donazioni effettuate, quanto per l'operatività messa in campo: cerca di capire le emergenze, l'ufficio acquisto reperisce i materiali necessari, poi si provvede all'approvvigionamento e alla consegna diretta. Un ruolo fondamentale che immaginiamo non solo la Roma sta svolgendo, ma che in qualche modo ci inorgoglisce più di una vittoria in una partita.
«Non devo certo essere io a scoprire che nelle avversità questo paese sa tirare fuori il meglio di se stesso. Hai giustamente fatto l'esempio della Roma. Ed è importante che i lettori del Romanista sappiano che la cosa complicata in questo periodo non è solo donare. Io per primo ho ricevuto tante chiamate da soggetti che volevano dare una mano, ma se vuoi comprare specificatamente qualcosa, tipo mascherine, ventilatori o altri macchinari per la terapia intensiva, la gente non sa dove sbattere la testa. Se ha problemi la protezione civile, figuriamoci i privati. E allora subentra chi è attrezzato in termini di conoscenze e di dinamiche di mercato e riesce ad andare a dama prima, con maggiore tempestività ed efficacia. Onore a chi lo sta facendo».

Infine permettici anche due domande sulla Roma. Recentemente c'è stato un rallentamento nella trattativa tra Friedkin e Pallotta. Tu hai avuto modo di approfondire la conoscenza con il prossimo proprietario della Roma?
«Non conosco personalmente né il padre né il figlio, ma ho diverse persone amiche e molto amici di entrambi che hanno già creato un link tra di noi. Effettivamente ci siamo scambiati dei messaggi Whatsapp e ci siamo detti che alla prima occasione utile a Roma ci saremmo conosciuti. Del resto sinceramente non so nulla».

E la squadra di Fonseca ti stava piacendo?
«A me Fonseca sembra una persona molto seria. Quando è venuto era un po' un oggetto misterioso, ma si è dimostrata una persona molto serio. Tenendo conto la rosa della squadra, la complessità della stagione con la serie assurda di infortuni, io dico che oggettivamente sta facendo un grandissimo lavoro».