C'era una cantilena, da ragazzini, di quelle che si potevano cantare senza essere sgridati dai genitori. Non proprio politically correct, visto che si chiariva come le altre squadre «schifo» facessero, «ce potemo giura'», e continuava così: «I rigori son tre, forza Roma olè». Chissà se Francesco Totti ci ha pensato il 2 dicembre del 2006. In una serata fredda con gli spalti mezzi vuoti, o mezzi pieni (34.800 spettatori, una cifra vicina alle medie attuali), l'Atalanta fa visita alla Roma di Spalletti, all'Olimpico, alla quattordicesima giornata del girone di andata. È una serie diversa, c'è appena stato uno scossone senza precedenti e infatti la Juventus non figura nelle 20 della massima serie. C'è stata Calciopoli, l'estate precedente, e Lazio, Milan e Fiorentina (e Reggina) se la sono cavata con uno sconto non indifferente sulle penalizzazioni iniziali della stangata all'italiana che ha seguito il processo sportivo. La Roma di Spalletti in quegli anni è all'inseguimento, come sempre, di qualcuno. Della Juve o di chi ne fa le veci. L'Inter di Mancini, in questo caso. Una quasi super-squadra che ha iniziato a "saccheggiare" la squadra bianconera, prendendo di forza alcuni big che non digerirono la serie B. All'Olimpico arriva l'Atalanta di Colantuono, un tecnico, come si dice di solito, romano e romanista. Emergente proprio grazie alla società bergamasca. La Roma è seconda a distanza di quattro punti dai nerazzurri. Terza e quarta sono, a sorpresa, le siciliane, Palermo e Catania.

Spalletti rilancia Montella in posizione di prima punta, con Francesco Totti tornato trequartista. Il sacrificato inizialmente è Simone Perrotta, uno dei tre campioni del Mondo, ma soprattutto uno dei sei diffidati giallorossi. C'è il derby la settimana seguente (nessuno verrà ammonito, alla fine). L'Atalanta invece è al massimo della condizione, manca solo lo squalificato Bernardini, rilevato da Donati (che verrà espulso nel finale). La squadra di Colantuono parte in quarta, con Cristiano Doni in grande spolvero nella posizione di trequartista. E proprio da una sua serpentina in area romanista nasce il gol del vantaggio atalantino, dopo una ribattuta dell'altro Doni, Alexander, su tiro di Donati che finisce sui piedi di Zampagna. Facile tap-in dai cinque metri. La Roma sembra frastornata e una punizione di Doni sfiora il palo della porta davanti alla curva Sud. Nel finale del tempo un affondo nerazzurro viene salvato da Mexes a Doni battuto. C'è poi un braccio galeotto dello stesso francese in area di rigore, vane le proteste dell'Atalanta. Giro di boa e secondo tempo.

Spalletti cambia. Montella non rientra in campo, il tecnico toscano "rischia" Perrotta e Totti torna punta. E proprio da un'incursione del numero 20 nato ad Ashton (Scozia), arriva il calcio di rigore del pareggio. Al 4' della ripresa è un altro Simone, Loria (che sarà giallorosso due anni dopo), a strattonare Perrotta. Oberdan Pantana, l'arbitro designato per l'occasione, non ha dubbi: è rigore. Spalletti in panchina abbassa lo sguardo, non vuole vedere, attende il fischio, attende anche il boato dell'Olimpico, che arriva dopo che Totti la butta dentro, alla destra di Calderoni. Destro forte e potente, alla sua maniera. La Roma è cambiata, Pizarro sale in cattedra, la squadra giallorossa preme e al 17' Migliaccio stende stavolta Totti. Rigore, di nuovo. Francesco ancora una volta dal dischetto, cambia modo, calcia forte e centrale, Calderoni si è già buttato. Ma Pantana fa ripetere, perché in area ci stanno tutti. Scene già viste, ma Totti non è come Paganini. Nessuna tensione, «nun c'è problema». Ripete.  Fa la fotocopia, ma del primo rigore, destro all'angolo destro del portiere. La rimonta è compiuta. Esplode l'Olimpico, Spalletti impassibile, ride dentro. Totti sale in cielo, sul cartellone pubblicitario che guarda la Sud, e libera la gioia. Nove gol in campionato, da bimbo de oro verso la Scarpa d'Oro che sarà, di cui due rigori, questi tre. E forza Roma olè.