Sei unica. Sei la Roma. Quindi magica. Come la storia di Totti con la Roma, una lunga storia d'amore. E se la costruzione di un amore è come un grattacielo di cento piani, un grattacielo è stato Francesco. Non è facile dire a che piano eravamo la sera del 10 marzo 2002, quando all'Olimpico va in scena il derby di Roma e la squadra giallorossa, guidata da Capello, porta lo scudetto sul petto, che dopo una storia sbagliata era stato riportato al centro del cuore. Due storie di fronte, nel derby di ritorno alla 25ª campionato. All'andata, il 28 ottobre 2001, la Roma si era imposta sulla Lazio con un secco 2-0 firmato Delvecchio-Totti. La Lazio di Zaccheroni naviga al di sotto delle attese a 36 punti, la Roma invece è in zona alta: a 50. L'Inter è in testa a 52, di mezzo la Juve, che sta sopra di un punto. I giallorossi vengono da un deludente pari fuori casa contro gli altri giallorossi del campionato, il Lecce. C'è Lazio-Roma, sì, ma c'è anche Inter-Juve. Capello è alle prese con il caso-Batistuta. Sì, perché l'argentino viene da due partite in cui è finito in panchina entrando a 20' dalla fine. Per il derby il tecnico friulano sceglie Montella e Batistuta non viene nemmeno convocato. Turn-over? È la versione ufficiale. Ma il Re Leone stavolta in panchina non ci va e nemmeno allo stadio (resterà poi seduto per altre due gare con Atalanta e Inter, senza giocare neanche un secondo).

Che si sia rotto qualcosa o meno tra uno dei più grandi protagonisti del terzo scudetto e i colori di Roma, quella sera c'è Vincenzino. E per fortuna, dirà il campo. Cioè la storia. Ha scalzato tutti, l'Aeroplanino, anche il giovane patrimonio Antonio Cassano, che però deve dare tempo al tempo nella squadra della Capitale, e si accomoda spesso in panchina a guardare e a scalpitare. Capello, si sa, non è un allenatore per giovani, anche se stravede per lui, ma non rinuncia facilmente al lavoro sporco (oltre a quello sempre luccicante nelle stracittadine) di Delvecchio. Le scelte sono ripagate fin da subito, perché Montella stende in un tempo la squadra biancoceleste davanti a uno stadio pazzesco, con 75.000 presenti. Al 13' la Roma produce un'azione da manuale del calcio: Totti fa tutto di destro, un gioco di suola e poi libera magicamente di tacco Candela che mette in mezzo con un esterno destro sopraffino per l'Aeroplanino. Come un rapace il 9 anticipa Nesta - che capisce che non è serata - e si abbassa addirittura per insaccare di testa.

La Lazio entra duramente sui romanisti, che non perdono la calma e macinano: Cafu affonda sulla fascia, poi alla mezz'ora esatta Totti prende palla a centrocampo e si beve un po' di laziali. Arriva al limite e scaglia un destro che Peruzzi non trattiene, ma mentre la palla sta arrivando a Nesta, che crede di proteggerla, sbuca indemoniato Montella da dietro. Cu-cu. Scivolata di sinistro, a porta praticamente sguarnita, il futuro ex capitano biancoceleste scalcia a vuoto, è stordito. È 2-0. Tripudio. Ma non è mica finita: Couto rosica e si fa ammonire per un'entrata a piedi uniti su Totti. Cafu è imprendibile, se non con le cattive: punizione da destra, quasi sulla linea di fondo. È il 37', Totti la centra e sbuca ancora Montella, non un gigante, ma gigante quella sera nelle acrobazie e ancora di testa fa 3-0. Ancora su Nesta. Capitano-Aeroplanino, Aeroplanino-Nesta, due rette parallele che si incontrano all'infinito. Così Zaccheroni è costretto a sostituire il numero 13 della Lazio, che non rientra in campo nella ripresa (fuori anche Dino Baggio per Poborsky).

Il secondo tempo si apre con un piccolo calo di tensione: Stankovic infatti accorcia le distanze con una bordata da fuori area al 53'. Ma non è una cosa seria. Qualche attimo di nervosismo, poi Capello chiama Delvecchio per la sostituzione che gli consente di coprirsi un po': dentro Tommasi. Ma la Roma non rinuncia a giocare: al 64' Montella riceve sulla trequarti. Due passi e senza pensarci ammolla un sinistro violentissimo. La palla si stampa nel sette, toccando la traversa e scendendo nella porta del povero Peruzzi. Poker servito. Esulta anche Capello. Ma c'è ancora tempo: 5-1 perché no? E in una serata come questa deve arrivare la gloria anche per il Capitano, che conserva una maglia celebrativa anche stavolta, posata appena sul cuore. 72' minuto: siamo sempre sulla trequarti, Montella serve Totti che cerca la stessa zolla da cui poco prima il suo compagno ha bucato Peruzzi. L'ex numero uno della Roma fa un passo fuori dall'area del portiere e sembra dire: "Fammelo 'sto cucchiaio...". Detto, fatto. Francesco butta un occhio verso la porta e accarezza la sfera come solo lui fa. Uno, due, i secondi che passano, cioè una vita, e la palla si insacca come una carezza proprio là dove poco prima Montella l'aveva scagliata di forza. È l'apoteosi. Che manata. La Lazio non esiste più. C'è solo l'AS Roma. La corsa del Capitano è verso sud, tra Monte Mario e curva. "6 unica", come la Roma, la maglia dedicata all'allora sua nuova fidanzata Ilary Blasi, e può sfoggiarla inginocchiandosi sull'erba come un brunoconti biondo con gli occhi azzurri. Ah, Inter-Juve finisce 2-2 e la Roma va in testa in coppia con i nerazzurri a 53.