La più grande vittoria per la squadra più forte di tutti tempi, il Barcellona di Guardiola, non fu raggiungere quell'incredibile numero di successi nazionali e internazionali, ma nel riconoscimento assoluto di una superiorità che nessuno riuscì mai a mettere in discussione, in nessuna partita. Non c'è stata una gara, in quel fantastico e forse irripetibile periodo, in cui una squadra avversaria arrivò a pensare di poter competere sul campo con quei mostri, provando magari a dominare la partita. Semplicemente non era possibile. E quando qualcuno ebbe l'impudenza di provarci - vedi l'altrettanto tecnicamente dotata armata di Mourinho, il Real Madrid degli eredi dei Galacticos - fu respinto con gravissime perdite, salutato con una manita che nell'immaginario dei tifosi e degli appassionati di ogni parte del mondo resta il più significativo trofeo alzato al cielo in quegli anni.

E dunque, senza fare paragoni blasfemi, che i più acerrimi nemici di Fonseca non ci perdonerebbero, da qualche parte deve comunque rappresentare una soddisfazione per i tifosi della Roma sapere che il 99% delle squadre avversarie quando affrontano i giallorossi pensano che il modo migliore per provare a batterli sia quello di difendere e ripartire. Sottraiamo alla totalità della percentuale solo l'Atalanta, forse l'unica squadra del nostro campionato che non ha paura di confrontarsi a viso aperto contro qualsiasi avversario, si tratti del Crotone ultimo in classifica o del Real Madrid. Tutte le altre, invece, provano a sfruttare un'effettiva debolezza strutturale della squadra di Fonseca nelle transizioni negative. Così ci ha vinto la partita la Lazio di Inzaghi, così ha vinto la Juventus di Ronaldo (e ci scusi Pirlo, se ne contestiamo la rappresentatività, ma dopo quell'imperdonabile passo indietro nella mentalità, quando si pavoneggiò della vittoria con la Roma raggiunta in quella maniera speculativa, allora preferiamo tornare a pensare che la Juventus sia quella dei calciatori, com'è sempre stato, non del suo allenatore) e anche Conte ha provato all'Olimpico a portare a casa il risultato arretrando il baricentro, una volta andati in vantaggio. Sulla panchina della Roma c'è invece un signore che, piaccia o non piaccia, onora in ogni partita la mentalità offensiva che l'ha portato ad acquisire - da anonimo interprete di un campetto della periferia portoghese - lo status di allenatore considerato dai principali top club europei anche perché non rinuncia ad ossequiare il suo credo. A volte abbiamo criticato alcune singole strategie di partita: contro la Lazio, per dirne una, alzare così tanto il baricentro è stata una scelta scellerata, abbassarlo contro il Milan può essere stata un'altra scelta discutibile, ma in fondo apprezziamo quell'indole spudorata che porta il tecnico a chiedere ai suoi giocatori sempre un movimento offensivo in più.

I suoi cambi offensivi

La prova sta nei cambi che ha a disposizione in ogni partita: quando il risultato non è pienamente soddisfacente, un po' come accaduto a Firenze prima del gol vittoria di Diawara, è anche naturale che lo spirito delle sostituzioni rappresenti la necessità di aumentare, se possibile, la spinta offensiva. È accaduto col Milan, è accaduto a Benevento. Ma anche quando il risultato è già favorevole difficilmente arriva dalla panchina romanista l'input ad abbassare il baricentro. Semmai si chiede una gestione diversa del pallone, più ragionata, meno verticale. Ma quando col Braga è uscito Dzeko è entrato Borja Mayoral, e quando con l'Udinese è uscito Borja Mayoral è entrato Dzeko e quando è uscito Veretout è entrato Pedro. E col Verona tutti i cambi sono stati ruolo per ruolo.

E poi c'è una sostituzione - che noi non scordiamo ma che i tifosi che ritengono che l'allenatore non abbia mai guizzi decisivi nella gestione di una partita tendono invece a dimenticare - ed è quella che effettuò all'Olimpico lo scorso 10 gennaio con l'Inter in vantaggio e in procinto di sovrastare fisicamente e tatticamente la Roma: con Villar già ammonito, quando negli ultimi 10 minuti inserì Cristante per garantire maggior supporto atletico al centrocampo, non tolse il centrocampista spagnolo, ma il più combattivo Veretout. La scelta illuminata di Fonseca fu quella di lasciare in campo il miglior palleggiatore per abbassare il baricentro dell'Inter che a poco a poco, infatti, si abbassò anche per le discutibili decisioni di Conte che tolse la freccia Hakimi per far entrare il più difensivo Kolarov e sostituì Lautaro Martinez con Perisic. Risultato: la Roma attraverso il palleggio riprese possesso della partita, pareggiò con Mancini e sfioro più volte il goal del tre a due.

Le strategie alla Pippo

Anche la partita di Firenze è stata tra una squadra raccolta in difesa e pronta a colpire in contropiede e una che cercava il dominio del gioco. Prandelli lo aveva detto anche nella conferenza stampa di presentazione: «Nelle transizioni pensiamo di poter far male alla Roma». Lo pensano tutti, ormai, e rinunciano in partenza all'idea che dovrebbe essere intramontabile per qualsiasi allenatore: provare ad attaccare la squadra avversaria, invece di attenderla e poi provare a colpirla in contropiede, lavorando esclusivamente sui suoi difetti. Nel girone d'andata si sono viste partite molto più aperte, e anche più belle, ora che i punti sono tutti importanti si sta tornando indietro, e si rispolvera la vecchia minestra all'italiana del catenaccio e del contropiede come unica ricetta per superare avversari tecnicamente più dotati. Anche allenatori giochisti come Prandelli, come i fratelli Inzaghi, come Pirlo, arrivano a un bivio e pensano di dover cambiare strategia e vincere di furbizia.

E trovando terreno fertile in chi ovviamente giudica una partita solo in base al risultato: così "Pippo" è un grande se riesce a difendere lo 0-0 con la Roma, ma se poi prova a fare lo stesso col Verona e perde 3-0 allora si evita di tornarci su, "Simone" è uno stratega eccezionale se stravince il derby in quel modo ma poi si liquefa con il Bayern o si arrende persino col Bologna di Mihajlovic e lì la strategia non vale più, e "Andrea" è un grande innovatore che sa cambiare idea se si difende con la Roma e colpisce in contropiede, ma poi vacilla di fronte ai colpi del Porto o balbetta con Napoli e Verona. E Prandelli? Sarebbe stato esaltato se la cervellotica scelta di rinunciare a Ribery e abbassare in quel modo il baricentro avesse prodotto il risultato che cercava. Ma una grande squadra non deve mai cambiare la sua identità. Chi l'ha detto? Ah, un signore che si chiama Paulo Fonseca.