9 anni nella Roma e 246 presenze con la maglia giallorossa. Campione del mondo nel 2006 con l'Italia di Marcello Lippi. Simone Perrotta si è raccontato in una lunga intervista rilasciata al canale YouTube del club capitolino.

Cosa stai facendo adesso nella vita?
"Ho smesso ormai da sette anni, il calcio giocato è un lontano ricordo (ride, ndr), anche se piacevole. Faccio diverse cose, sono un collaboratore dell'AIC, sono responsabile del dipartimento junior. Ho fatto parte del consiglio federale, il che mi ha dato una grandissima formazione. Mi mancava un po' quell'aspetto lì, avendo fatto il calciatore per tanti anni hai le competenze calcistiche e di spogliatoio, ma ti mancano alcune cose extra-campo. Capire come si muove il gioco al di fuori il terreno verde. Tutte dinamiche che mi hanno permesso di ampliare il mio bagaglio personale. Ho una scuola calcio, che è una figata pazzesca. Poterti confrontare con bambini e adolescenti è una bellissima cosa, pensare di poter lasciare qualcosa a loro mi fa stare bene e mi fa vivere bene".

Loro sono emozionati quando ti vedono?
"Non lo so. Fortunatamente ne fanno un'abitudine. Ogni tanto mi piace raccontare qualche aneddoto. Indipendentemente però dalle mie esperienze, penso che il calcio sia uguale a tutti i livelli. L'ansia dentro allo spogliatoio è uguale a quella che vivevo io prima di una grandissima partita. Dobbiamo sentire la responsabilità di quello che rappresentiamo per loro e io la sento forte questa responsabilità".

Chi butti giù dalla torre: Alisson o Neuer?
"Sono due grandissimi portieri, ma Alisson ha vestito la nostra maglia, per cui tengo sicuramente lui". 

Chi butti giù dalla torre: Lippi o Spalletti?
"Qui è molto, molto difficile scegliere. Sono due allenatore che mi hanno dato tanto, mi hanno dato la possibilità di vivere delle esperienze belle. Credo che Spalletti mi abbia dato la possibilità di vivere anche l'altra esperienza (il mondiale del 2006, ndr), quindi a malincuore butto Lippi, ma solo perché senza Spalletti e quella Roma lì, molto probabilmente, non avrei vissuto quell'esperienza con l'Italia". 

Chi butti giù dalla torre: Totti o De Rossi?
"Devo tenere tutti e due o butto giù tutti e due, non posso scegliere, anche perché ho lo stesso rapporto con entrambi. Sono due che rappresentano la Roma da sempre e in ogni luogo. Francesco, per certi versi, forse la rappresenta di più. Quando mi capita di andare all'estero e mi chiedono dove vivo e rispondo Roma tutti mi parlano di Totti. Non dicono il Papa, dicono Francesco Totti. Per quanto mi riguarda però sono due bravissime persone, due persone umili. Francesco mi ha aiutato di più quando sono arrivato, perché lo conoscevo, era più grande e aveva più esperienza, mi ha aiutato da subito a far parte della famiglia Roma a farmi capire cosa significa giocare con addosso quella maglia. Io non ho mai sentito la maglia della Roma come di mia proprietà, l'ho sempre vissuta come un custode, sapevo che quel numero 20 dopo anni lo dovevo lasciare a qualcun altro. Io avevo un senso di appartenenza incredibile e sentivo forte la responsabilità verso tutti coloro che amano questa maglia. Con il tempo poi ho avuto modo di conoscere Daniele e mi piace sottolineare lo spessore umano di entrambi". 

Sulla Coppa Italia 2007-08 vinta con la Roma.
"Non abbiamo vinto molto, sicuramente potevamo vincere di più in quel periodo, per il calcio che abbiamo espresso in quegli anni meritavamo qualcosina in più. L'unica sfortuna è aver trovato sulla nostra strada una squadra sicuramente più forte di noi, una corazzata come l'Inter. Il fatto di aver tenuto testa a loro è una magra consolazione, però è una soddisfazione. Mi sarebbe piaciuto vincere qualcosa di più importante, però in quel momento abbiamo regalato un sorriso ai nostri tifosi e sono gli unici trofei che questa squadra ha regalato a questa tifoseria forse negli ultimi 15 anni. Troppo tempo". 

Sullo Scudetto perso contro la Sampdoria.
"Il calcio ti dà e ti toglie, a noi quell'anno ci ha dato e poi tolto subito. Ci abbiamo messo anche del nostro. D'altronde quando rincorri tutto l'anno, li superi a cinque giornate dalla fine, vinci il derby in quel modo, sembrava cosa fatta. Invece poi il calcio non ti regala nulla e abbiamo perso la partita successiva, in casa contro la Sampdoria. Il calcio è bello anche per questo". 

Sul mondiale vinto.
"Senza la Roma, quella squadra e quell'esperienza, sicuramente non avrei vissuto quel mondiale, quell'esperienza meravigliosa che mi ha cambiato in meglio. A distanza di tempo aumenta la consapevolezza di quanto fatto, di aver regalato a un paese intero una gioia simile. Rappresentare l'Italia per uno che è nato in Inghilterra è un'esperienza molto forte. Io a 14 anni ho dovuto scegliere la cittadinanza e io non ho avuto dubbi, anche perché ho vissuto soltanto 6 anni in Inghilterra. Quella del 2006 è un'esperienza incredibile, aver vissuto 55 giorni in un hotel tutto nostro, gestito da italiani, andare lì da sfavoriti. Dicevano addirittura che la squadra andava ritirata per i casini che erano successi prima. Tutto questo però non ha fatto altro che rinforzare e unire la squadra. Io non mi aspettavo la convocazione sinceramente". 

Un aneddoto sul gruppo romanista del 2006?
"Mi ricordo che soprattutto nelle prime partite il mister ci veniva a guardare, quando uscivamo in campo lui era sempre posizionato lì in tribuna e lo salutavamo. Vivere un'esperienza del genere con compagni di squadra è bello, perché poi lo trasporti anche nel tuo club. L'anno successivo sicuramente abbiamo portato l'esperienza all'interno della Roma". 

Quanti gol hai fatto in Serie A?
"Non lo so".

Quanti ne hai fatti senza scivolare?
"Me lo dicono tutti. Sono andato a rivederli ed effettivamente è così, ma perché probabilmente prendevo la rincorsa. Il fine giustifica i mezzi. Forse in quelli in cui non ho fatto la scivolata non li ho segnati. Tanti li ho fatti perché sono andato in scivolata, ci allenavamo su questo. Panucci me la metteva e io ci andavo in scivolata (ride, ndr)".