È stato davvero così sorprendente che la Roma abbia battuto così facilmente il Verona, che lo abbia battuto segnando tanto e che queste reti siano state realizzate addirittura nello spazio di nove minuti? No, non lo è. Almeno se si parla di calcio. Il problema è che intorno al calcio si parla quasi sempre di aspetti che col campo hanno poco a che fare: si prende il risultato (non quello di una stagione, che spesso, ma non sempre, invece rispecchia il rendimento di una squadra, ma addirittura quello di una singola partita) e da quello si pretende di costruirci intorno tesi vergognosamente fragili. Come la barzelletta legata alla circostanza del presunto, presuntissimo complesso di inferiorità della Roma rispetto alle cosiddette big del campionato. Si prende un dato e lo si trasforma in sentenza. A pensarci bene, però, l'innaturalezza non sta nel fatto di perdere contro le squadre forti, semmai di perdere contro quelle più scarse. Di conseguenza si dovrebbero istruire processi se una squadra di valore (pensiamo all'esaltazione dell'Atalanta, della Lazio, della Juventus o del Napoli fino a un paio di settimane fa) perde punti contro squadre della seconda metà della classifica: a queste squadre è capitato parecchie volte quest'anno, alla Roma mai. Le ha semplicemente vinte tutte. Con le migliori invece non ha ancora vinto. Beh, logico no? E invece alla vigilia di Juventus-Roma siamo pronti a sorbirci l'ennesima tiritera, qualora i giallorossi non dovessero tornare con i tre punti. Ma che si pretende da questa squadra, tecnicamente parlando? Di battere, com'è doveroso, le squadre più scarse e di non perdere, e comunque vincendo talvolta, contro quelle più forti. In pratica le si sta chiedendo di vincere lo scudetto, e invece la Roma è partita con il pronostico più lusinghiero che la poneva sullo stesso livello dello scorso anno, al quinto posto. Così ad ogni mancata vittoria, arriva la retorica alimentata dagli amici di Allegri, la panacea di tutti i mali secondo questi inarrivabili opinionisti del nulla. Niente contro Allegri, sia chiaro: a parte qualche scivolata filosofica (quando si beava di giocar male e riteneva un difetto esaltare i tentativi degli altri di giocar meglio), resta uno straordinario tecnico. Ma qui si continuano a sottovalutare i meriti di Fonseca: forse non il migliore allenatore al mondo, ma quello chi ce l'ha sulla propria panchina? Solo il City.

Il Verona subisce tanto

E allora torniamo al Verona. Perché non è così sorprendente che sia andata in quella maniera? Primo, perché lo studio degli avversari aveva già evidenziato come soprattutto nella fase della transizione negativa (cioè nel momento in cui perde palla) la squadra di Juric può andare in forte difficoltà se il movimento degli avversari manda in crisi il sistema delle marcature preventive. Basti guardare la genesi dei primi due gol della Roma per rendersene conto: due perdite di possesso, due transizioni in immediata verticale di Veretout, due attacchi alla profondità di Mayoral lontano dal suo marcatore, due azioni da gol (nel primo caso il gol è arrivato sul relativo corner). C'era un dato che avrà ispirato Fonseca: è vero che prima di questa gara il Verona aveva la miglior difesa del campionato, ma c'era una clamorosa discrepanza tra il numero di gol incassati e quello dei gol attesi, e cioè gli expected goal subiti (ora sono 35, 21 incassati). In quella classifica solo cinque squadre in Italia hanno un dato peggiore (Crotone, Bologna, Sampdoria, Sassuolo e Cagliari), il che dimostra come non sia la fase difensiva il vero punto di forza dei veronesi: ma che ci sia un mix di casualità e capacità di impedire che dai numerosi tiri subiti si incassino gol. Questo dipende magari dalla bravura del portiere (e Silvestri è davvero un ottimo portiere), dalla sorte (gli avversari che magari sbagliano gol semplici da fare) e forse anche dalla capacità dei difensori di stare "addosso" agli avversari al momento delle conclusioni. Cosa che però con la Roma non si è verificata.

Il lavoro sul campo

E qui entriamo anche in un altro discorso: perché a parte le soste per le gare delle nazionali (quando Trigoria si svuota) o per la sosta natalizia, Fonseca non aveva mai avuto la possibilità di allenare la sua squadra sul campo per un'intera settimana. A fine partite Mayoral ha detto una cosa fondamentale: «Abbiamo visto tanti video degli avversari in settimana, eravamo preparati su come doverli affrontare». Sembra un dettaglio, ma è fondamentale, soprattutto contro squadre dalle caratteristiche così particolari, come per l'appunto il Verona (e vale anche per l'Atalanta).

Se Fonseca fa Juric

Che cosa ha fatto dunque Fonseca per battere il Verona? Ha fatto Juric, ma senza snaturare completamente la filosofia alla base della sua squadra. Ma di sicuro ha rinunciato al possesso palla esasperato (per lunghi tratti lo ha lasciato agli avversari), non ha attaccato in massa (vedi il baricentro medio o il posizionamento offensivo nella tabella qui a lato) e soprattutto ha studiato un sistema di transizioni verticali con attacco orientato della profondità e di lanci lunghi che avrebbero potuto/dovuto mettere in difficoltà gli avversari. Cosa che è puntualmente avvenuta. Questo ovviamente non significa che tutto ciò che un allenatore immagina poi possa verificarsi perché il fascino (e forse anche il suo aspetto peggiore) del calcio deriva anche da una incisiva parte di casualità che a volte sposta decisamente i risultati dalla parte opposta rispetto a quella razionalmente attesa. Ecco perché è un merito, e comunque non può essere un difetto, battere le squadre sulla carta più deboli e magari soffrire con quelle più forti.

La mentalità offensiva

Su una cosa però chi ama il calcio dovrebbe trovarsi d'accordo: sul fatto che gli allenatori che hanno la mentalità più offensiva dovrebbero essere sempre sostenuti. Perché attraverso questa mentalità si crea comunque valore, si esalta la carica emotiva, crescono le qualità tecniche, si pensa più positivo. La Spagna l'ha capito da tempo e nei suoi settori giovanili oggi è pieno di centrocampisti alla Villar, cresciuti a pane e Tiki Taka. L'Italia ci è arrivata con il tempo, ma ormai è un dato acquisito: ogni allenatore di alto livello cerca di trasmettere alla propria squadra una mentalità proattiva, basata strategicamente prima sull'attacco e poi sulla difesa (e questo non significa, come si è dimostrato anche domenica, che si debba tralasciare la fase di non possesso). Ma la rivoluzione è ormai compiuta, bisogna solo prenderne atto. E allora W Fonseca.