Si è conclusa malamente la 49ª partita della Roma 2019/2020 e, di conseguenza, l'intera stagione. Il bilancio di Fonseca è decisamente insufficiente: in 49 gare la Roma ha totalizzato 82 punti, per una media di 1,67 a partita (1,73 in campionato, 1,5 in Coppa Italia, 1,44 in Europa League). Le vittorie in totale sono state 25 (praticamente la metà), i pareggi 11, le sconfitte 13. Ma, quel che più conta, la Roma non solo non ha ottenuto un trofeo, ma non ha neanche sfiorato un obiettivo minimo, quali solitamente si considerano il quarto posto in campionato, una semifinale europea, una finale nella coppa Nazionale. Dunque, il bilancio resta negativo, ma ci sarà modo di entrare maggiormente nel dettaglio.

Al momento è troppo aperta la ferita per l'eliminazione dall'Europa League in una maniera che ha sconcertato tutti gli osservatori. Sì, perché dopo l'indubbio miglioramento raggiunto con il nuovo sistema di gioco, probabilmente è subentrata la presunzione che sarebbe bastato star bene in campo per avere la meglio su una squadra che invece si è rivelata ostacolo durissimo, com'era lecito attendersi semplicemente scorrendo i numeri del campionato e, soprattutto, delle ultime giornate di Liga. Forse nell'ambiente della squadra era maturata la sbagliata sensazione che gli andalusi sarebbero andati a ritmi più bassi per via della sosta dopo l'ultima sfida di campionato (18 giorni) e per le conseguenze del disagio provato dopo la positività di Gudelj che, oltre a togliere uno dei migliori elementi del centrocampo di Lopetegui, aveva causato qualche difficoltà con le sedute di allenamento annullate. E invece sul campo si è visto tutto il contrario, con atteggiamenti di gruppo e individuali che hanno marcato la differenza sin dai primi momenti di gioco. La Roma è mancata sotto tutti i profili: tecnico, tattico, mentale, atletico, agonistico. E se la domanda è perché tutto questo sia accaduto, in questo spazio proveremo a dare delle risposte, fattore per fattore.

L'aspetto tecnico

L'approssimazione nel palleggio e nella ricerca della rifinitura e alcune scelte individuali hanno penalizzato la squadra più di quanto si potesse immaginare. Si parla di dettagli, ovviamente, che però fanno tutta la differenza del mondo. Primo esempio: forse non tutti ricordano che dopo sette secondi la Roma avrebbe potuto far gol. Sul calcio d'inizio di Dzeko a Diawara, la palla è arrivata centralmente a Kolarov che, sull'approccio morbido degli avversari, ha trovato una bella verticale per Zaniolo che, sulla linea spezzata degli spagnoli (difetto su cui si sarebbe potuto lavorare di più), ha intuito che con un passaggio di prima avrebbe potuto mandare Dzeko da solo nella trequarti avversaria, solo che il suo tocco non è stato preciso. Tutte le percentuali di riuscita di gesti tecnici che solitamente indicano la qualità dei passaggi sono state decisamente inferiori rispetto a quelli del Siviglia: i passaggi in avanti, indietro, laterali e progressivi, quelli sulla trequarti avversaria e quelli in area e quelli smarcanti (addirittura 0%: 0 su 5). Pensiamo poi alle pochissime occasioni create e all'approssimazione delle conclusioni di Zaniolo (porta spalancata con due uomini a buttarsi tra i piedi: perché sparare a occhi chiusi invece di piazzare di precisione?), di Mkhitaryan (diagonale a lato, con Dzeko solo in area), o di Cristante su retropassaggio non precisissimo dello stesso Miky. O a certe scelte individuali che però rientrano già nel comparto tattico.

L'aspetto tattico

Sono tanti i fattori strategici che hanno penalizzato la Roma. Si va da quelli personali a quelli di gruppo. Tipo la decisione di Peres di cercare l'anticipo su Reguilon invece di controllarne l'impeto temporeggiando. Anche la scelta suicida di Ibanez, di cercare la scivolata risolutiva contro Ocampos nell'azione del secondo gol, è una scelta tattica, anche se individuale. A livello generale ci si potrebbe chiedere perché la marcatura preventiva sull'argentino fosse così lenta. O perché sui calci d'angolo si continua a soffrire tanta approssimazione, visto che a Duisburg su 10 corner ben 5 hanno portato alla conclusione e sempre su scelte del Siviglia ben indirizzate, segno che il lavoro svolto in fase di preparazione della partita era stato particolarmente accurato. Il loro. Più generalmente bisognerebbe poi spiegare come sia possibile che un centrocampo a tre giocatori come quello del Siviglia possa essere più "folto" e rappresentato di uno a quattro, come quello della Roma. Si tratta di dinamismo e scelta strategica. I giocatori del Siviglia hanno mosso la palla più rapidamente, con ricezioni sempre in movimento e scambio a due tocchi, con improvvise accelerazioni e continui fraseggi a cercare il giocatore meno pressato. Non hanno avuto paura di pressare alto accettando il 2 contro 2 difensivo, aiutati mai dagli esterni ma da Fernando o Jordan, mentre Banega è stato assolto dagli obblighi di recupero. E poi quell'ampiezza sempre ricercata con le sovrapposizioni dei terzini sulle ali, tanto da costringere Peres e Spinazzola a guardarsi sempre alle spalle e ad abbassare inevitabilmente il baricentro della squadra. Una vera lezione di calcio di Lopetegui, purtroppo impartita quasi senza opposizione.

Il corpo e la mente

Resta poi da capire come sia possibile che gli spagnoli non abbiano mai accusato la fatica mentre i giallorossi avessero volti stremati sin dal primo tempo, con un linguaggio del corpo che la diceva lunga di quanto l'impresa sembrasse loro a mano a mano più improba. Lo conferma il fatto che nel secondo tempo il possesso del Siviglia sia addirittura cresciuto, con la Roma che ha girato a vuoto per quasi tutta la mezz'ora finale, quella teoricamente in cui si sarebbe dovuto produrre lo sforzo maggiore. Eppure si è persino giocato pochissimo: alla fine di tempo effettivo si è giocato per 48 minuti e 43 secondi e questo è stato forse l'unico vero errore di Kuipers (in Europa si sta costantemente sopra i 55 minuti di gioco effettivo), arbitro per il resto equanime nelle scelte punitive, con buona pace degli isterismi romanisti.

L'aspetto agonistico

Basti per tutti quello che riproduciamo nelle grafiche qui sotto: sul secondo gol, quando è partito Ocampos, Mancini e Diawara avevano sette metri di vantaggio su En-Nesyri che però è arrivato davanti alla porta due metri prima degli avversari. Si chiama forza di volontà: e alla Roma giovedì pomeriggio è completamente mancata.

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Il secondo gol è paradigmatico per quello che la partita di Duisburg avrebbe potuto essere e non è stata 5 Finale di tempo, la Roma è proiettata all'attacco e avrebbe un'occasione d'oro: sulla verticale di Mancini per Dzeko, Zaniolo si proietta nello spazio, al bosniaco basterebbe un tocco sfiorato di punta per mandare il compagno davanti al portiere (freccia gialla), invece prova il controllo di esterno, cui si oppone però Carlos con un intervento rude che Kuipers considera regolare. La palla finisce a Jordan (freccia nera) 6 Sull'apertura immediata per Ocampos, due annotazioni: è mancata la marcatura preventiva (di Kolarov e Ibanez) e tre giocatori romanisti hanno un vantaggio di sette metri su En-Nesyri 7 L'errore decisivo di Ibanez: invece di temporeggiare si fida troppo dei propri mezzi e cerca l'anticipo 8 Sull'assist di Ocampos, En-Nesyri ha 2 metri di vantaggio su Mancini e Diawara. Gliene ha bruciati 10 su 50 ••• 🖋 #TatticaMente di @danielelomonaco • #SivigliaRoma parte 2

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