Quando ci si sofferma sul dato, indubbiamente un po' stitico, dei gol fatti per sottolineare il difetto principale della Roma si dimentica di sottolineare che le 28 reti hanno fruttato quanto le 41 della Juventus. A parità di gare giocate, ieri fino alle 15, i punti infatti erano gli stessi. Ora la Roma è indietro di una partita e il dato non è più omogeneo. Segnare poco sarebbe preoccupante, insomma, se la Roma le partite non le vincesse. E invece finora ne ha vinte 12 su 16, di cui sei col minimo scarto (con Atalanta, Torino, Crotone, Bologna, Lazio e Cagliari). Insomma, lo spavento di sabato è stato evidente, ma in altre partite il tempo di separazione dal triplice fischio è stato sofferto solo nel timore della beffa del pareggio.

Chi c'è in linea?

Ovviamente incide nelle difficoltà il fatto che le squadre che affrontano la Roma (come capita anche alle altre capoclassifica) sono chiusissime davanti alla porta e finché il risultato non si sblocca restano in attesa. Ma un'altra considerazione da fare è che la squadra di Di Francesco anche quando alza moltissimo la pressione difficilmente rischia qualcosa in difesa. Merito, ha detto De Rossi, soprattutto delle nuove metodologie di lavoro utilizzate quest'anno a Trigoria: «Il mister e Tomei passano moltissime ore a spiegarci come lavorare con la linea». A che si riferisce, il giocatore? La rivoluzione silenziosa di Di Francesco è passata soprattutto attraverso un concetto: in difesa si deve lavorare solo in rapporto alla posizione della palla, non degli avversari. Significa che in campo, almeno fino a che non si arriva al limite della propria area, la linea difensiva deve assecondare i movimenti del pallone, come se in campo gli avversari non ci fossero. Questo metodo, quando il lavoro è sperimentato in continue esercitazioni specifiche, garantisce risultati significativi perché rende impermeabili agli ingannevoli movimenti offensivi degli avversari e soprattutto contribuisce a cementare l'intesa tra singoli e tra reparti. In altri metodi, l'iniziativa personale porta il gruppo ad adeguarsi: un difensore che esce in marcatura personalizzata costringe gli altri ad adattarsi immediatamente. Qui comanda il pallone e in base a quello tutti sanno ciò che devono fare nello stesso momento.

Il ruolo di Tomei

De Rossi nel suo elogio al lavoro quotidiano di Trigoria ha citato Francesco Tomei, storico collaboratore di Di Francesco che quando Eusebio si dedica al lavoro sulla fase offensiva addestra la linea difensiva su tutti i movimenti da effettuare. È lui l'uomo che Kolarov andò ad abbracciare dopo il gol realizzato su punizione a Torino: «Ma poi Eusebio - ha raccontato scherzosamente Tomei un giorno a Roma Radio - mi ha rimproverato perché sono entrato in campo...». Il capo, insomma, è Di Francesco. Sue sono le idee e suoi i meriti dell'impermeabilità difensiva conclamata dalle cifre e dai record.

Meglio di Spalletti

I numeri raffrontati con quelli dello scorso anno nello stesso periodo sono evidenti (leggi tabella al fianco): 6 gol presi in meno, 39 tiri concessi in meno (di cui 19 nello specchio) e 3 clean sheets in più. E nessuno rimpiange più Szczesny. Di Francesco aveva cambiato anche certe modalità di marcamento sulle palle inattive. Lui avrebbe preferito difendere a zona pura anche su angoli e punizioni laterali, ma poi ha cambiato idea e a stagione cominciata ha apportato qualche variazione, probabilmente assecondando le caratteristiche dei suoi difensori che dentro l'area tendono più a seguire i diversi movimenti degli avversari più che a marcarli dentro la zona di competenza. Di necessità ha fatto virtù e la Roma sui calci piazzati ha preso appena tre reti. Meglio ha fatto solo l'Inter. Di Spalletti. Paradossi a parte, l'altro aspetto su cui sta lavorando molto DiFra è sull'anarchia dei suoi difensori esterni che ancora a volte faticano a tenere la linea con i centrali (vedi esempio di Kolarov nel fotogramma). Peres in questo senso è il più indisciplinato, Florenzi ha già raggiunto un ottimo livello, con Kolarov il lavoro prosegue: a proposito di paradossi, lui con Guardiola certi lavori non li faceva proprio.