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Roma-Juventus in Tribuna Tevere: notte in bianconero

La frustrazione per il risultato: dalle stelle alle stalle in un soffio. Ma anche la consapevolezza che stare a +4 su Spalletti e “rosicare” significa essere forti

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
03 Marzo 2026 - 08:00

«Quando le cose devono andare male, lo capisci subito». Così mi diceva un mio amico, al telefono, appena finita la partita del Napoli. Perché la rimonta del Como, da un lato, ed il gol di Lukaku, dall’altro, ci avevano fato capire, già da sabato, che il rischio che fosse, per noi, una giornata a somma zero, c’era tutto. La mia risposta («Aspettiamo e vediamo cosa fanno Milan ed Atalanta») non ridava speranza. Perché la risposta era tranchant: «Il Milan, magari al ’98, ma vince; l’Atalanta è fuori dai giochi». Quando, quindi, mi approssimavo all’Olimpico, rimanevo sorpreso dal fatto che, nei vari commenti che mi arrivavano sulle innumerevoli chat colme di passione e tifo, il problema sembrava essere tutto legato alla scelta di Gasperini di Rensch al posto o insieme a Celik («Ma te pare!? Celik è una garanzia: non lo puoi togliere proprio stasera!»). Oltre a questo, si dibatteva di poco altro, dandosi quasi per scontato che «sò stanchi: guarda tu l’Atalanta». E questa certezza diveniva via via più granitica una volta arrivato ai tornelli, in cui le voci erano tutte per una Roma atleticamente superiore rispetto ad una Juventus provata dai deludenti, per loro, 120 minuti e più della partita di Champions («Arrivati a metà secondo tempo, crollano»).

Prendevo, però, posto accompagnato da più di una perplessità, fosse solo perché, nelle innumerevoli partite giocate contro la Juventus, io non ricordavo di averla mai vista tirare i remi in barca. Di contro, l’idea di una Roma così dominante al punto di chiudere la partita con una qualche facilità strideva con quanto sin qui visto, quest’anno, contro le prime. Ma tant’è. Mi dicevo, quindi, tra me e me, che magari veramente il problema che avrebbe potuto occuparci fosse se Rensch valesse Celik e non se questa Roma potesse, finalmente, battere la Juventus e mettersi, comoda comoda, a sette punti. Si iniziava e, a poco a poco, tante certezze venivano meno mentre tante, di nuove, venivano a prendere forma. Si partiva dalla constatazione che Cristante, spostato quindici metri avanti, sbagliava tutto quello che c’era da sbagliare («Ma che gli ha preso!?»), al punto da costringere Mancini a chiedere alla Tevere di applaudire per rincuorarlo. Si proseguiva con le invettive contro Pellegrini («E come te sbaji …), colpevole di avere mandato un tap in verso le ultime file della Curva Nord, dopo che Pisilli aveva fatto tutto bene («Gliela stava pè mette sur paletto …»). 

Si finiva con dei peana proprio per lo stesso Pisilli, che sembrava avesse il dono dell’ubiquità, perché era un attimo che lo vedevi marcare McKennie per poi ritrovarlo, non sai come, spostato venti metri più in là a raddoppiare su Conceicao, per poi, ancora, rubare palla e partire in impostazione («Se Gattuso va al Mondiale, lo devo portare: questo vale Tardelli»). E poi c’era Koné, che evidenziava uno strapotere fisico e tecnico che lasciava davvero senza parole, soprattutto per un’azione con cui, palla al piede, partiva da centrocampo e, andando a cercarsi gli avversari da smarcare, arrivava fino alla loro area («Bellissimo: pè fa ’n’azione così devi esse proprio tanto coatto!»). Ma qualche scricchiolio, qui e lì, si sentiva. Alla Tevere, difatti, non passava inosservato che «questi rubano palla e ripartono a mille all’ora», che «se la passano benissimo», e che, una volta arrivati al limite della nostra aerea, «cercano la porta pure da trenta metri». La conclusione, a quel punto, è che quella storia che ci eravamo raccontati, di una Juventus in disarmo fisico e piscologico, probabilmente poggiava su troppe presunzioni e poche certezze. Poi, però, Wesley faceva una di quelle cose che faceva Angelino l’hanno scorso («Quanto me manca…»), ed improvvisamente i seggiolini, più che esultare, respiravano. Perché averla messa in discesa alla fine del primo tempo, con il secondo che ci avevano raccontato che questi sarebbero crollati, faceva pregustare a tutti i tre punti per noi ed il baratro dei sette per loro. 

Nell’intervallo, difatti, era tutto un «ce semo», «manca poco», «basta gestirla con tranquillità». Ma eravamo talmente tanto tranquilli che Conceicao faceva un tiro meraviglioso («Un bel gò, va detto»), ma calciando comodo comodo, senza nessuno intorno. In quel momento, la preoccupazione avvolgeva tutti. Perché tutti erano convinti che quel pareggio gli avesse dato fiducia e l’avesse tolta a noi. A noi, che ci eravamo raccontati che questi avrebbero dovuto essere stanchi come l’Atalanta ma, a differenza, pure delusi. Però tutti i dubbi svanivano grazie a Ndicka, Koné e Malen («Quanto abbiamo dovuto aspettare un giocatore così? Quanto?»). Ma mentre i seggiolini iniziavano a pensare a Genova, al Bologna, all’avversario nostro che adesso è solo il Como, mi si parava davanti la voce del mio amico che, al telefono, sabato sera mi aveva pronosticato che i guai arrivano da lontano. Perché quando fai due falli inutili, quando hai la fortuna di avere un calcio d’angolo a favore al primo dei quattro minuti di recupero, e la palla non la incolli a quella bandierina, come avrebbe fatto Lui, portandosela a casa con il risultato, ti meriti «di prendere un gol che era scritto», con «l’omo da solo a un metro dal portiere».

Te lo meriti. E adesso «i punti sono quattro, e solo tre sul Como», e «domenica a Torino ci va il Pisa», non proprio il Real Madrid. E quella voce dal nulla che, sulle scale della Tevere, ci ricordava, bontà sua, che «se siamo tristi per un pareggio e perché abbiamo lasciato la Juventus a quattro punti, vuole dire che siamo forti», aiutava la ragione, ma non scaldava il cuore. Perché questa partita avevamo bisogno di vincerla. Mentre non avevamo proprio bisogno di passare, dopo Milan e Napoli, un’altra notte in bianco. A contare, nel disperato tentativo di prendere sonno, i punti che sarebbero stati, e che non sono più.

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