Il punto di non ritorno che sta tra il paradiso e l'inferno sono quattro interminabili minuti. Quelli finali, del recupero già iniziato. Quelli occorsi all'arbitro per rivedere all'infinito un gol troppo importante per non essere vero.

Marco se ne accorge subito. Il mucchio selvaggio giallorosso esultante all'altezza della bandierina del calcio d'angolo dal lato della tribuna Monte Mario, non può sapere che pochi passi più in là si sta consumando un sorta di dramma sportivo. Lui, invece, educato fin da ragazzino a seguire il guardalinee rincorrere verso la metà campo prima di concedersi alla gioia più sfrenata, percepisce immediatamente che qualcosa non va come tutti avremmo voluto. Bisogna attendere. Troppa esitazione prima di mettere il pallone al centro del campo, troppi giocatori del Cagliari intorno all'arbitro, addirittura qualcuno dei nostri con le mani tra i capelli.

Il campanello d'allarme che inizia a suonare mentre Carlo cerca di riguadagnare il suo posto dopo un'esultanza totale e d'altri tempi che lo aveva precipitato qualche fila più in giù rispetto al suo posto, diventa panico quando il signor Damato disegna con le mani nell'aria un televisore, un gesto che ormai sta diventando una consuetudine: «Va al Var, maledetto Var». Intorno a Marco, le facce di Carlo e tutti gli altri trasfigurano, come solo una foto o una penna più brillante della nostra potrebbero raccontare. La sensazione diffusa a quel punto è quella di una beffa, atroce e inevitabile.

Il tempo si ferma. Ciccio afferra il braccio di chi gli sta accanto, quasi a voler mitigare il dolore di una sentenza che sembra già scritta. Carlo invece ha lo sguardo fisso nel vuoto: «Non è possibile». Non c'è un gesto preciso a segnare il momento in cui invece la storia cambia verso: forse un segno dell'arbitro colto dai più attenti, forse la tribuna che si alza in piedi prima timida e poi urlante, fatto sta che Marco, girato con le spalle al campo come un bambino ostinatamente incredulo davanti al materializzarsi di una verità sgradita, all'inizio nemmeno ci crede: troppa grazia. Invece è tutto vero: il Comandante ha fatto gol, il Var ha detto gol, la Roma ha vinto e la curva può esplodere come se non ci fosse un domani.

Circa quindici minuti prima, mentre il Cagliari per la prima volta si affacciava dalle parti di Alisson e la Curva Sud strizzava quindicimila occhi come fossero un paio per limitare il bagliore dei soliti cartelloni pubblicitari che ci fanno solo immaginare ogni azione al di là della metà campo, Carlo era già frustrato e incredulo. Per lui, che da quel ventotto maggio scorso ha fatto della rivalsa nei confronti di Luciano Spalletti la bussola della stagione, sarebbe stato inconcepibile non cogliere l'opportunità nel giorno in cui "il pelato" era appena andato a sbattere sull'Udinese.

«Pure da primo in classifica, imbattuto e distante, non ha potuto fare a meno di provocarci. Oggi dobbiamo presentargli il conto». Così, archiviato il Var e fischiata la fine, il suo primo commento è per l'amore tradito: «Taci». Marco invece gongola pensando a quegli altri, e già li sfotte immaginando i gufi caduti dal trespolo e i commenti inferociti che come da copione arriveranno presto: «Complotto!», «La Banca!», «I poteri forti contro la Lazio!».

Poi, però, e qui sta la differenza rispetto al passato, sul motorino che lo riporta a casa con le mani gelate e il cuore bollente, il pensiero è già oltre, è già al Torino e a Torino: «Come glielo spiego alle mie figlie che se Babbo Natale quest'anno ha portato i regali lo scopriremo già la sera del 23?»