Ci sono due strade per arrivare a competere a livelli internazionali nel calcio, ovviamente se hai un'adeguata struttura tecnica per poterlo fare: comprare i top player in ogni ruolo dalle migliori squadre del mondo oppure sviluppare una strategia tattica che ti consenta di far rendere anche oltre le rispettive potenzialità i giocatori della tua rosa. Questa è la via che ha scelto Di Francesco ed è una via di non ritorno. La Roma, in pratica, si è "condannata" ad esprimersi sempre ad alti livelli agonistici se vuole mantenere lo standard faticosamente raggiunto a forza di esercitazioni tecniche, tattiche, fisiche e mentali. La partita di Madrid ne è un significativo esempio. Quando la squadra ha interpretato la partita con la massima intensità è stata decisamente superiore all'Atletico, ha difeso con disinvoltura e attaccato con continuità. Quando ha abbassato i ritmi, si è appoggiata agli sgabelli della routine e ha pensato di poter sbrigare la pratica senza spingere più al massimo, ha lasciato campo, ha alternato cose buone a errori evidenti, ha mollato la supremazia in mezzo al campo agli avversari, ha subito, ha incassato due gol e ha anche perso la lucidità, vedi l'espulsione di Peres per un intervento ingiustificato nel momento di massima rincorsa alla ricerca del pareggio.

La qualità nell'intensità
Nel primo quarto d'ora la Roma è stata quasi perfetta, per un tempo ottima. Ricordate i tempi in cui una squadra italiana andava in trasferta e la prima raccomandazione degli allenatori a giocatori, pubblico e stampa era «cerchiamo di passare indenni i primi quindici minuti e il resto verrà da sé»? Ecco, quello è uno dei luoghi comuni con cui inadeguati maestri hanno infarcito la nostra cultura calcistica. Oggi, quasi al decimo anno D.G. (dopo Guardiola), esistono allievi italiani evoluti in grado di impostare partite puntando su fattori opposti: «Andiamo in casa di una delle squadre più forti d'Europa e facciamo capire loro sin dall'inizio quanto siamo forti noi». Questo, più o meno,Di Francesco ha detto ai suoi ragazzi, questo, più o meno, è quello che la Roma ha fatto. Che cosa è mancato in quel periodo di partita per impedire alla squadra di trovarsi in vantaggio? La qualità nell'intensità. Perché poi quando giochi su quei livelli se la qualità tecnica non ti assiste si rischia di vanificare tutto ciò che costruisci, soprattutto se giochi contro quella che resta una delle più forti squadre al mondo. Ricordiamo al Metropolitano numerose fiammate con meccanismi perfettamente equilibrati svaniti per un soffio in fase di rifinitura o di finalizzazione. Basti pensare all'estenuante lavoro della catena di sinistra e ad alcune superficiali conclusioni in area tra Gerson, Dzeko, Pellegrini, Perotti e Kolarov.

La differenza tra le catene
A vedere i numeri dei palloni giocati o dei passaggi tra i giocatori delle due diverse catene è spiegato meglio che in qualsiasi trattato la differenza di produzione di gioco che la squadra a Madrid ha prodotto in una fascia e nell'altra. Nelle grafiche di fine partita sono messe in evidenza le differenze percentuali dei flussi di gioco del primo e del secondo tempo per fasce d'attacco della Roma: sulla sinistra si è passati dal 40,9% al 50%, sulla destra dal 26,3% al 23,5%.

La bravura degli altri
Non si può neanche dimenticare che una prestazione non può dipendere solo dalla somma dei valori di ogni singola performance dei calciatori di una squadra. Perché poi l'avversario può permetterti o meno di giocare bene, può costringerti a difenderti più alto o più basso, può impedirti di costruire manovre offensive. E se giochi contro Griezmann, Torres, Correa, Gameiro, solo per dire degli attaccanti a un certo punto messi tutti insieme da Simeone, c'è anche il rischio che tu debba fermarti ad applaudire. L'Atletico resta una grande squadra e la Roma a un certo punto l'ha anche subita, come testimonia il dato dei tiri totali (16). L'azione del primo gol si è sviluppata con un'accuratezza tecnica degli avversari che nessuno scaglionamento/intervento difensivo romanista poteva rendere meno efficace. Dall'impostazione di Filipe Luis – che hadeciso di non lanciare subito alle spalle della linea difensiva, ma ha preferito servire Torres tra le linee – al "cucchiaio" del Niño che ha servito in profondità Correa in contromovimento rispetto alla difesa romanista, al cross per Griezmann che nel frattempo si era staccato all'indietro rispetto alla marcatura intuendo con l'istinto del campione che la palla potesse arrivare proprio lì: la sua prodezza acrobatica è stata poi la ciliegina su una torta di un gol che sarebbe stato da applaudire, se non fosse stato il gol che condannava la Roma per la prima volta in questa Champions League.