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L'analisi tattica di Roma-Lazio: dalle stelle allo stallo

Dal Derby niente di nuovo: Mourinho è legato a doppio filo ai suoi top player. Senza di loro, si fatica ad uscire dal basso e a costruire una vittoria

Zaniolo palla al piede nel derby

Zaniolo palla al piede nel derby (As Roma via Getty Images)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
08 Novembre 2022 - 11:00

Dove eravamo rimasti? Al cosiddetto “sistema di risultato” come modulo preferito di Mourinho. Ne scrivevamo dopo la doppia vittoria in rimonta conseguita dalla Roma contro il Verona e il Ludogorets, due sfide che avevano portato i giallorossi alla vigilia del derby nell’invidiabile posizione di quarto posto con vista sul terzo in serie A e di qualificazione al play-off di Europa League proprio nel giorno in cui la Lazio retrocedeva invece in Conference. Attraverso quali prestazioni la Roma era arrivata così speranzosa al derby di domenica? Attraverso due partite non brillantissime sotto il profilo del gioco, ma vinte con la poderosa forza offensiva delle proprie risorse d’attacco, non centellinate ma inserite tutte in corso d’opera per rimediare all’iniziale svantaggio e portare a casa i tre punti necessari alla “sopravvivenza”, per dirla alla Mourinho. In questo senso il derby di domenica non ha aggiunto nulla di nuovo, almeno da un punto di vista tattico. Sì, oggi c’è una tifoseria, quella di minoranza, che alla vigilia era depressa e sull’orlo di una mega contestazione e adesso invece festeggia beata la casuale vittoria in uno dei derby più brutti della storia, celebrando persino l’inversione di rotta del proprio allenatore che è passato all’improvviso da re dei giochisti a profeta del risultatismo. Contenti loro...

I difetti in costruzione

Ci torneremo su, ma intanto proviamo a capire che cosa stavolta nella Roma non abbia funzionato rispetto a quello che della Roma sapevamo. Intanto dell’incapacità di trovare le giuste linee di passaggio si parla periodicamente soprattutto quando vengono a mancare anche i risultati. Così se la pessima prima mezz’ora di Verona era stata poi cancellata dalla successiva tripletta, almeno da chi poggia ogni considerazione solo sul risultato, stavolta la lingua va a battere proprio dove il dente duole, su questa complicata costruzione dal basso romanista. Eppure non sembrava così difficile bucare il dispositivo difensivo della Lazio, oltretutto nella versione stanca e rabberciata che abbiamo visto domenica all’Olimpico. Sarebbe stato necessario però intensificare la ricerca delle migliori tracce cercando le più opportune triangolazioni per arrivare rapidamente dalla zona centrale a quella esterna o viceversa sfruttando il posizionamento strategico dei centrocampisti o degli esterni alle spalle agli avversari in pressione. La Roma imposta con i tre difensori, nessuno dei quali dotato di un piede particolarmente delicato, in più, circostanza aggravante, qualcuno di loro soffre evidentemente la pressione di certe partite stante almeno la ripetitività degli errori commessi, vedi Ibañez al derby. Ad impostare a tre sono tante squadre, magari con una maggiore qualità che deriva o dalle doti tecniche dei difensori o dall’abbassamento tra i due centrali di un centrocampista di qualità. La Roma del derby, invece, aveva il doppio difetto di posizionamento dei difensori (troppo stretti tra di loro per allargare le maglie avversarie) e di scarso dinamismo dei centrocampisti per andarsi a prendere i palloni tra le linee. In questo senso avrebbe potuto avere un senso inserire subito Matic al posto di Mancini all’intervallo e abbassare Cristante ad impostare da centrale chiedendo a Pellegrini o a Zaniolo di fare qualche passo indietro ad aiutare nell’impostazione, lasciando davanti solo attaccanti puri. L’unica azione lineare del primo tempo con sviluppo dal basso che ha portato ad un’azione pericolosa (la traversa di Zaniolo) è stata quando Cristante nel rapido giro palla della Roma ha trovato spazio dietro la pressione dei tre attaccanti ed è poi andato rapidamente da Karsdorp seguito a fatica da Luis Alberto. Da lì si è arrivati ad Abraham e subito a Zaniolo. 

Meglio Cristante in difesa

Se invece per avere le giocate di qualità bisogno attendere per forza il ritorno di Dybala allora non siamo messi benissimo. Intanto dalle stelle si è passati allo stallo di un derby giocato molto male da entrambe le squadre. E nella Roma qualcosa non torna se Ibañez tra passaggi laterali e in avanti si cimenta per 73 volte e Pellegrini in appena in 5 (5!), Zaniolo in 13 e Camara in 23. Nella Lazio questi numeri sono totalmente diversi: Casale ha compiuto 11 passaggi, Romagnoli 29, Vecino 24, Cataldi 28. E conta poco pure quel dato così squilibrato di possesso palla se esso si riduce a sterili palleggi davanti alla propria area. Per migliorare su questo aspetto bisogna lavorarci di più in allenamento, evidentemente. Domani, peraltro, di fronte ci sarà il Sassuolo: l’anno scorso Mou disse che i difensori di Dionisi erano molto più tecnici dei suoi. Ma gli stipendi dicono cose diverse.

Le corse contro il muro

Se il problema delle difficoltà nell’impostazione con la pressione alta dei giocatori della Lazio è stato riscontrato soprattutto nella prima mezz’ora di gioco, per gli altri 60 minuti la Roma ha avuto a che fare con altre necessità, senza mai trovare la soluzione giusta. Nella ripresa, in particolare, la Lazio ha abbassato decisamente il proprio baricentro mentre, come sempre accade in questi casi, Mourinho esprimeva tutto il suo potenziale offensivo inserendo mano a mano El Shaarawy, Volpato, Matic e Belotti, passando dal 3421 iniziale al 3412 con gli esterni molto offensivi, per finire al 424 dell’ultimo quarto d’ora con El Shaarawy terzino sinistro, Belotti ed Abraham attaccanti centrali e Zaniolo e Volpato trequartisti. Troppo presto, però, la Roma ha pensato di risolvere la partita solo alzando i palloni dentro l’area senza cercare con la necessaria pazienza quelle combinazioni palla a terra che avrebbero potuto mettere maggiormente in difficoltà i due lunghi difensori centrali laziali nello schieramento finale biancoceleste senza velocisti. Il gol, per carità, sarebbe anche potuto arrivare con una spizzata di testa, un rimpallo, o un tiro da fuori area. Ma la sensazione è stata ancora una volta che tutto fosse lasciato all’approssimazione del momento,  e che questo abbia fatto il gioco della Lazio che ha messo in campo tutte le possibili azioni di disturbo antisportive. Per curiosità siamo andati a rilevare alcuni tempi per capire se Orsato fosse riuscito a farsi rispettare. Degli otto minuti di recupero comandati dall’arbitro se ne sono giocati per l’esattezza quattro, più 28 secondi. Ma alcune scorrettezze sono state clamorosamente ignorate. Una su tutte: ad un certo punto Provedel ha tenuto in mano il pallone per 18 secondi e 51 centesimi. Tre volte tanto la massima tolleranza prevista nel regolamento (sei secondi).

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