L'errore più grave che si potrebbe commettere adesso è quello di pensare che la Roma abbia già raggiunto un livello tale da potersi permettere di affrontare le prossime due trasferte di campionato dall'alto di una ritrovata solidità tecnico-tattica. Non è così, anche se la crescita della squadra è innegabile e i numeri in questo senso parlano chiaro: dalla rocambolesca sfida persa con la Juventus il 9 gennaio, la squadra giallorossa ha azzeccato un percorso virtuoso che l'ha vista sconfitta solo ai quarti di Coppa Italia a Milano con l'Inter e all'andata dei quarti di Conference in Norvegia, nove giorni fa. Delle altre 15 partite ne ha vinte 10, e, in 8, peraltro, non ha subito reti.

Ed esclusa la parentesi del doppio confronto col Vitesse, con in mezzo la sfida di Udine, un mini black-out che ha garantito comunque la qualificazione ai quarti di Conference e il pareggio al Friuli, la squadra di Mourinho ha espresso sempre un gioco di alto livello qualitativo e anche molto produttivo, mostrando doti caratteriali che quasi mai sono state tirate fuori negli anni scorsi in accompagnamento a progetti tecnici di altri allenatori. La Roma è in crescita, dunque, ma prima del confronto in semifinale ancora con (altri) inglesi (dopo Liverpool e Manchester degli anni passati) dovrà affrontare due impegni quasi proibitivi, almeno per quello che si è visto quest'anno in serie A. In particolare contro il 352 di Inzaghi le cose quest'anno non hanno funzionato in campionato (forse la più brutta partita della Roma di Mourinho, per quella sensazione di impotenza che ha dato sin dalle prime battute di gioco), ma anche nella sfida di febbraio di Coppa Italia.

La tecnica in velocità

Resta ancora negli occhi di tutti però il capolavoro di giovedì sera, costruito su quattro architravi che l'architetto portoghese ha progettato con grande lungimiranza o che, quantomeno, ha saputo immaginare. Vediamole nel dettaglio, partendo dalla chiave tecnica e da quella tattica. Stavolta Mourinho ha pensato di non lasciare tregua agli avversari. Ha schierato la Roma col quadrilatero dei piedi buoni, rinunciando alle geometrie di Oliveira per garantire maggior verticalità e potenza fisica inserendo Zaniolo nella parte destra della trequarti e abbassando Mkhitaryan nel palleggio di metà campo. Se c'è un'azione che rappresenta la partita per come l'aveva immaginata l'allenatore portoghese è quella del secondo gol della Roma, il primo di Nicolò.

Come dimostrano anche le immagini riportate nelle grafiche a fianco, Mourinho aveva individuato un punto debole nel 433 stretto e raccolto di Knutsen in fase di non possesso. I norvegesi si muovono in sincrono a seconda della posizione del pallone, talvolta non tenendo in alcuna considerazione le posizioni degli avversari. Ecco dunque la necessità di avere tra le linee in zone centrali giocatori di alto livello tecnico sapendo che poi sulle fasce, spesso libere proprio per via della compattezza avversaria, c'erano metri da sfruttare. La verticali Smalling, Mkhitaryan con scarico a Cristante e successiva verticale per Abraham con scarico a Pellegrini per successiva verticale a Zaniolo è una sorta di segno di Zorro che Mourinho ha lasciato nel cuore del curriculum di Knutsen.

La chiave tattica

L'altro aspetto particolarmente efficace è stato quello delle pressioni estreme, con Zaniolo, Tammy e Pellegrini a dividersi i centrali e il regista e i quinti a fiondarsi sui terzini con l'immediato scivolamento della linea difensiva da una parte all'altra a seconda della zona scelta dei norvegesi per attaccare. Quando poi non arrivavano in tempo Karsdorp o Zalewski erano Cristante e Mkhitaryan a far da estemporaneo argine, dando modo alla difesa di ricompattarsi rapida. Questo movimento perfettamente sincronizzato ha permesso alla Roma di conquistare un numero elevatissimo di palloni in zona d' attacco da cui sono discese le transizioni più pericolose.

Di corsa

Qui poi si innesta l'aspetto della condizione fisica della squadra giallorossa, un vero e proprio miracolo se rapportato a ciò che invece era accaduto negli anni precedenti quando nelle fasi decisive della stagione la Roma arrivava con l'infermeria piena e con molti giocatori al limite delle proprie potenzialità atletiche. Dal punto di vista "muscolare" la prestazione di giovedì sera è stata impressionante. I giocatori che nella partita di ottobre in Norvegia parevano volare al cospetto dei malcapitati romanisti l'altra sera all'Olimpico parevano correre col freno a mano tirato. Ci sono stati due o tre recuperi in velocità di Ibañez e Mancini, alcuni strappi di Zalewski e Zaniolo, le continue corse per smarcarsi di Abraham, persino il passo di Pellegrini, Cristante e Mkhitaryan, per non parlare degli allunghi di Karsdorp, tutti elementi che hanno fatto capire presto ai norvegesi che l'impresa di qualificarsi per loro era semplicemente impraticabile.

Il miracolo di un popolo

In queste pagine, nel corso di questa stagione, ci siamo ritrovati per tre volte a tessere l'elogio del Bodø. E non è stato sufficiente il 4-0 dell'Olimpico per farci cambiare idea. Quella di Knutsen resta una squadra moderna, tatticamente evoluta, composta di buoni giocatori individualmente votati ad una causa collettiva. Rispetto ai valori tecnici in campo, come ha detto anche Mourinho, sorprende semmai che la Roma non sia stato in grado di vincere le tre gare precedenti. E se questo è accaduto, è solo per le virtù tattiche e comportamentali di una squadra costruita per vincere e che non a caso ha perso all'Olimpico la prima partita da agosto.

E se l'altra sera l'ha persa è per tutti i motivi sin qui esposti ma anche perché il pubblico ha giocato un ruolo decisivo. E ne avevamo parlato alla vigilia: fuori dalla propria comfort-zone, i norvegesi avrebbero potuto perdere quell'autodeterminazione che è alla base delle loro capacità. E infatti in un ambiente così "magnificamente" ostile, gli uomini di Knutsen all'improvviso non hanno riconosciuto il loro spartito, fatto di impostazione in palleggio, di grandi verticalità, di tagli offensivi, di una fase di non possesso coordinata e mai passiva. Eppure è bastato il primo attacco della Roma per far crollare loro ogni certezza. Più l'Olimpico ruggiva, più i gialli si allontanavano dal filo della matassa, fino a smarrirsi del tutto. E Mourinho, che ha già vissuto nel calcio ogni esperienza, sapeva che poteva accadere. Lui le ha azzeccate tutte.