Al di là del risultato, la vittoria della Juventus è certificata da numeri che già a caldo sono stati espressi e che almeno in riferimento a certi macroindicatori vanno ribaditi: la vittoria bianconera numero sedici (su diciassette partite) è stata raggiunta tirando verso la porta 20 volte (contro 7), 6 nello specchio (contro 4), 15 da dentro l'area (contro 4), calciando 9 corner in 21 minuti (saranno 13 in totale, contro 2), ma soprattutto raggiungendo un numero significativo di expected goals, 1,32 a 0,45. Il risultato quindi sta stretto alla Juve e nessuno avrebbe potuto rivendicare l'equità del pareggio se al 90', nell'unica vera occasione registrata dalla Roma (colpo di testa di Cristante respinto all'incrocio da Szczesny), il risultato fosse cambiato. È vero che nel secondo tempo il quadro tattico è mutato e la Roma ha clamorosamente ribaltato il dato del possesso palla (63% a 37% nel primo tempo, 36,5% a 63,5% nel secondo), ma le occasioni sono rimaste ad appannaggio juventino: 3 a 0 nel primo tempo (compreso il gol, ma esclusa l'occasione di Alex Sandro al 7', visto il fuorigioco che l'avrebbe resa vana), 2 a 1 nel secondo. A tanto possesso, dunque, non ha corrisposto altrettanta efficacia realizzativa. Perché?

La differenza di qualità

Intanto conta, e molto, la differente qualità dei giocatori. Dal punto di vista tattico, la Juventus non presenta mai nulla di originale: Allegri punta, per sua stessa ammissione, su una buona fase difensiva che punta soprattutto nell'uno contro uno, e sulle capacità offensive dei suoi campioni, che restano spesso liberi di svariare dove li porta l'ispirazione. Così ad esempio osservando le posizioni medie Cr7 sembra che abbia giocato da centravanti, Mandzukic da centrocampista centrale e Dybala da mezzala destra, ma solo perché cambiando continuamente posizione (ora larghi con Mario centravanti, ora più vicini, ora da trequartisti con uno dei tre a fungere da punta centrale) i tenori di Allegri non danno mai reali punti di riferimento. Di Francesco è invece un grande studioso di ogni dettaglio tattico (e questo non ha nulla a che fare con l'efficacia del gioco, che può dipendere anche da altri fattori) e ama organizzare la sua squadra secondo la sua mentalità decisamente offensiva.

Il primo tempo difensivo

A Torino un po' s'è snaturato pensando prima a come non prenderle, evidenziando una tendenza che in questa rubrica avevamo già avuto modo di stigmatizzare in altre recenti occasioni (dopo Napoli, ad esempio, il titolo fu "Se ti abbassi non vale"). Avendo constatato che la sua squadra non sa più attaccare con convinzione senza scoprirsi troppo in fase di non possesso, il tecnico giallorosso sta provando a cambiare qualcosa per coprire i suoi difensori, di fatto però togliendo ai giocatori qualche certezza tattica. Per chi scrive il peccato originale resta la rinuncia al 433, in ossequio a chi lo criticava per la sua ortodossia zemaniana: quello resta il sistema migliore per la sua Roma, piena di buoni centrocampisti e di attaccanti esterni, con un grandioso centravanti (il rientrante Dzeko) e un Manolas in stato di grazia. Dunque, a Torino ha scelto di rinforzare difesa e centrocampo schierando dietro tre uomini in linea e in mezzo tre uomini a triangolo con il vertice basso (Nzonzi), più due esterni a rinforzare ora uno ora l'altro reparto e due attaccanti. Risultato, la squadra si è abbassata troppo, lasciando pallone e iniziativa quasi deliberatamente. In cosa ha sperato l'allenatore? Che a fronte di una difesa più solida (garantita peraltro dall'ottima prestazione di Olsen) davanti Ünder e Schick potessero trovare l'ispirazione giocando vicini e arrivando magari a conclusioni pericolose in grado di mandare in vantaggio la sua squadra. In pratica difesa e contropiede, niente di più lontano dalla sua idea originale. E le pressioni, altro suo punto di forza? Quasi nulle.

Il 4231 della ripresa

Il cambiamento del secondo tempo (è bastata una sola sostituzione, con qualche posizione leggermente diversa) ha portato la Juventus a non ritrovare più gli spazi avanti a sé, occupati stavolta dalla Roma con maggior personalità (a conferma che a volte uno spartito tattico può dare maggiori convinzioni anche a giocatori mentalmente più fragili) e così il quadro tattico s'è ribaltato. Ma la qualità torna d'attualità quando si parla della fluidità della manovra. Tatticamente si vede che cosa vuol fare la Roma (e le partite di Champions spesso sono significative in tal senso), tecnicamente però non sempre il progetto si concretizza.

Se manca l'anima

Ciò che l'allenatore ancora non riesce a tirar fuori ai suoi giocatori è quella capacità di andare oltre i propri limiti. Almeno così pare, vedendo gli impacci di Santon (che se non ce l'avesse di suo, dovrebbe sentirsi stimolato dai richiami del suo allenatore per saltare davanti a Mandzukic nell'episodio che ha deciso la partita), vedendo la preoccupante tendenza di Nzonzi di nascondersi ai compagni nei momenti caldi delle sfide importanti, vedendo l'incapacità dei difensori di impostare il gioco per la solita paura di sbagliare, vedendo la tendenza dei giocatori nel rimproverarsi l'un l'altro, vedendo l'imbarazzante indecisione di Schick nelle scelte offensive. Passata la tempesta, ora il calendario mette di fronte alla Roma prima della fine dell'andata Sassuolo e Parma. Servirà gioco offensivo e personalità, e tutto insieme: forse il difficile arriva adesso