Senza saperlo, una delle immagini che venne scelta per la massiccia campagna pubblicitaria fatta dal Romanista prima del suo ritorno in edicola rischia di diventare la descrizione allegoricamente più fedele di quel che è diventata la Roma di Di Francesco. Ricordate quell'accerchiamento di carrarmati giallorossi ai nemici di diverso colore su un indefinito tavolo da Risiko? Così Eusebio nostro intende il calcio: un'occupazione territoriale degli spazi fino a soffocare l'avversario senza distinzione di maglia o di blasone. Che si chiami Chelsea o si chiami Benevento, il destino di una partita non può dipendere dagli altri. Eccola la mentalità vincente che è stata rapidamente trasmessa in menti comunque sportivamente già coltivate (sarebbe assurdo dimenticare in questo senso i meriti di Spalletti). E ricordiamocene quando arriverà una sconfitta o un pareggio difficile da digerire: per scavalcare l'ultimo gradino, quello che divide le squadre forti dalle squadre vincenti, si possono comprare i giocatori più forti del mondo, ma la Roma non è ancora strutturata come società per poterselo permettere, oppure si può lavorare dove ci sono ampi margini di miglioramento, e cioè sulle teste e sulla tattica, come stanno facendo Sarri (da due anni e mezzo) e Di Francesco da 120 giorni. Ma con il rischio di qualche incidente di percorso che a volte può rallentare la corsa. In ogni caso, sono stati quattro mesi di lavoro a trasformare una Roma già forte in una squadra che frantuma record e avversari: tranne il Napoli, e non è un caso, e l'Inter proprio di Spalletti.

L'occupazione degli spazi

Vediamola la prima differenza tattica trai due allenatori. Da una parte c'era la Roma dello scorso anno, che sfruttava nella maniera migliore l'istinto da killer di Dzeko, la velocità di Salah e la tecnica di Perotti o di El Shaarawy, unico vero ricambio per l'attacco, con Nainggolan incursore deciso alle spalle delle tre punte e perfetto riequilibratore del centrocampo. La ragnatela di passaggi della Roma mirava innanzitutto alle verticalizzazioni oltre la linea della difesa avversaria (la famosa "palla trasversa" tante volte citata da Spalletti, oppure sugli aggiramenti in velocità degli esterni palla al piede. Spesso la Roma aspettava bassa, senza alzare la linea del pressing né quella del fuorigioco. Adesso si attacca in maniera sostanzialmente diversa: gli esterni offensivi sono utilizzati soprattutto nei tagli "dentro" il campo (ecco perché l'ossessione del piede "invertito") mentre sulle fasce c'è più spazio per gli esterni bassi o per le sovrapposizioni degli intermedi (guardate i numeri di Strootman nell'apposita tabella). Il pressing, poi, è altissimo: la Roma subito dietro al Napoli è la squadra che tiene più alta la linea difensiva, più volte mette gli avversari in fuorigioco, più lontano dalla propria porta recupera il pallone, e più spostato in avanti tiene il baricentro (con la Fiorentina altissimo, 54,5 metri).

Un paragone sbagliato

I raffronti decontestualizzati portano sempre fuori strada nella vita, figuriamoci nel calcio dove si vive di continui paragoni (tra giocatori, squadre, allenatori, presidenti, stagioni e nei microsistemi che via via si possono individuare) quasi sempre fuori luogo: pensate solo a quante volte capita che uno stesso allenatore viva stagioni completamente differenti nelle stesse squadre da un anno all'altro, eppure sopravvive fortissima la tentazione di fare paragoni tra squadre allenate da tecnici differenti. Così qualche buontempone da luglio a settembre ha cercato di minimizzare preventivamente l'impatto che Di Francesco avrebbe avuto sulla squadra solo perché gli sembrava insostenibile il confronto (per carriere, esperienze, carisma) con il suo predecessore. Così oggi diventerebbe sbagliato dire che Eusebio ha persino migliorato la Roma in così poco tempo. Ma è indubbiamente una squadra diversa. Dal punto di vista della classifica, per esempio, un anno fa Spalletti era secondo, ma con un punto in meno rispetto a oggi (manca una gara, quindi potenzialmente sono quattro). Ma vedendo i dati delle finalizzazioni, la Roma di Spalletti nelle prime undici aveva tirato più volte verso la porta (216 contro 184) e anche nello specchio (71 contro 56). Eppure il rendimento di oggi è migliore. Significa quindi che finora pur attaccando in maniera più scoperta, la squadra difende meglio. È più attenta a conservare il risultato senza però mai perdere l'istinto di attaccare. Fiorentina-Roma è stata una partita bellissima, di concezione quasi spagnola: 41 sono stati i tiri totali alla fine, record per l'attuale serie A. Ad osservare i dati, si nota subito che il black out della Roma c'è stato nell'ultimo quarto d'ora del primo tempo. Ecco perché Eusebio non si accontenta.