Il destino nel nome. Per chi nasce in Brasile e fa il calciatore, Gerson e Santos rappresentano qualcosa di impegnativo. Gerson si chiamava uno dei cinque straordinari talenti d'attacco ("I cinque 10") della miglior squadra di sempre, la nazionale che conquistò il Mondiale del 1970. Santos era la squadra di Pelè, e tanto basta a definirne la grandezza.

Il numero 30 della Roma, 20 anni compiuti a maggio scorso, dimostra fin da giovanissimo di poter sostenere un tale peso, grazie a un piede sinistro baciato dagli dei del pallone. La sua patria calcistica è il Fluminense, glorioso club di Rio de Janeiro che ha fatto vestire la propria maglia non solo al suo omonimo predecessore illustre, ma anche a fuoriclasse del calibro di Didì, Rivelino e Romario. E il nostro Gerson con il Tricolor carioca fa sfoggio delle proprie immense doti tecniche ancora minorenne. Conquista immediatamente un posto da titolare, regalando assist in serie e giocate d'alta scuola. In patria i riflettori cominciano a virare su di lui, gli osservatori dei top club mondiali si mobilitano, gli agenti se lo litigano. Il padre intravede un futuro luminoso per il pargolo e concede più di una procura.

Intrigo in salsa catalana

In questo bailamme,i più scaltri ad avvicinarsi al talentino sono gli emissari del Barcellona, che strappano un accordo con il Fluminense, nell'ambito dell'operazione che riporta Deco in Brasile, proprio al Fluzão. La prelazione costa ai blaugrana quattro milioni, da scontare sui quindici complessivi pattuiti per l'acquisto del cartellino. Non esattamente bruscolini, per un ragazzo che ha appena esordito nel campionato Brasileirão. Senonché sui catalani pende la spada di Damocle del blocco del mercato da parte del Tas, per entrambe le sessioni del 2015. Il Barca non può mettere nero su bianco su alcun contratto, perciò "si limita" a strappare ai brasiliani una promessa. Se l'offerta fosse pareggiata o superata da una ulteriore, i blaugrana avrebbero cinque giorni di tempo per decidere se chiudere o mollare definitivamente l'affare.

A questo punto chi intravede la possibilità di inserimento da parte di altre società, anche italiane, è Roberto Calenda, agente attentissimo alle vicende calcistiche verdeoro. Il mediatore segnala il ragazzo alla Roma e alla Juventus, che come spesso accade si danno battaglia anche sul mercato. E come spesso accade da qualche anno a questa parte, nelle contese "dirette" sono i giallorossi a spuntarla. I bianconeri piombano per primi su Gerson, ma la loro offerta è al ribasso. L'allora direttore sportivo della Roma Walter Sabatini, invece, si infatua delle qualità di Gerson e lavora ai fianchi tanto il Fluminense, quanto il padre del giocatore. La trattativa è lunga e complessa, ma dopo quattro mesi va in porto.

Tira e molla

In occasione del Trofeo Gamper, nell'estate 2015, l'invitata è proprio la Roma, che si presenta al Camp Nou a mani piene, ma per sé. L'ospite incassa facendo i complimenti. Da quel momento, Gerson può considerarsi un giocatore giallorosso, anche se l'arrivo in Italia è previsto per la successiva sessione invernale. C'è però da superare lo scoglio dei tesseramenti sugli extracomunitari. La Roma ha appena preso Dzeko e Salah, riempiendo le caselle a sua disposizione. Il tesseramento di Gerson deve essere differito. Il ragazzo è disorientato: vuole giocare, ma non può. Di prestiti non se ne parla. A Trigoria vorrebbero tenerlo per adattarlo al calcio italiano. Ma anche per abituarlo a cibo, lingua, usi molto diversi dai suoi. Si lavora per questo obiettivo, proprio come accadde anni prima con Thiago Silva al Milan in una situazione analoga. Ma non se ne fa nulla: Gerson torna in Brasile per tre mesi, poi compie il percorso inverso in direzione Roma nell'estate 2016. L'intesa con Spalletti non sboccia, quel «bellino» con il quale il tecnico toscano lo battezza odora di scarsa considerazione. La chance di Torino si trasforma in lettera scarlatta. Santos arriva a un passo dalla cessione al Lille, dove l'ex dirigente del Barcellona Campos è pronto a investire su di lui. All'ultimo momento però il ragazzo cambia idea e torna a Roma. In estate si rituffa nella sfida a tinte giallorosse con una testa completamente diversa. Non ci sono solo le prestazioni altisonanti delle ultime settimane, o la fiducia guadagnata da Di Francesco e dal pubblico, a darne conferma. È la sua dichiarazione a caldo nel giorno della la doppietta di Firenze, a essere eloquente: «L'anno scorso non ero pronto». Nessuna rivincita. Solo consapevolezza. Adesso è tutto (verde)oro quello che luccica.