L'odore acre delle torce gialle e rosse accese in Curva Sud all'inizio della partita è lo stesso che si respira nell'aria quasi due ore dopo, quando il fischio finale dell'arbitro, questa volta, suona per paradosso più come una liberazione che come una sentenza poco amica: «Finalmente si va a casa».  Nel mezzo, niente. La befana che di solito viene di notte questa volta si affaccia all'Olimpico nel tardo pomeriggio con una sacca piena di carbone e le fattezze dell'Atalanta, e nemmeno ci concede il tempo dell'illusione: dopo venti minuti l'unica notizia positiva è il passivo, che sarebbe potuto essere ben peggiore. Per una volta, il nulla che si vede sotto curva nord, lì dove attacca (o dovrebbe attaccare) la Roma non è imputabile alla distanza, alla pista d'atletica, ai cartelloni dietro le porte che disturbano la visuale, ma rappresenta fedelmente la realtà: di qua maglie bianche che ci vengono addosso ad una velocità che per i nostri sembra della luce, di là quello che per due mesi ci era sembrato un branco di lupi che ora brancola nel buio sparacchiando palloni alla rinfusa. Come ogni anno è arrivato il tempo dei processi. Carlo  imita Nainggolan e maledice le feste, il Natale e tutti i santi del paradiso - «Non è possibile» - mentre intorno a lui si fanno capannelli che cercano risposte all'inspiegabile: crollo fisico? Mentale? Confusione tattica?

La Sud, per essere onesti, cerca come può di rimandare il più possibile la resa: Marco si aggrappa al cartellino rosso sventolato in faccia a un bergamasco a fine primo tempo, Ciccio prende fiato col goal di Dzeko, arrivato al momento giusto, quando ci sarebbe stato tutto il tempo, in superiorità numerica, per sperare in un ribaltamento comunque immeritato: «Forza Roma facci un goal». L'urlo della Sud, però, questa volta pare una supplica, si leva al cielo più per inerzia che per convinzione, e il contesto è talmente desolante che nemmeno il dibattito Ninja sì Ninja no è sufficiente a fornire la benché minima spiegazione. Semplicemente, come da tradizione, quando la Roma inizia a imbarcare un po' d'acqua, la barca affonda. Gli ultimi venti minuti sono un'agonia: Di Francesco ci riporta ai tempi di Carlos Bianchi mandando in campo 25 attaccanti e lasciando solo Gonalons (Gonalons?!?!) in mezzo al campo,

El Shaarawi si mangia due goal in una sola azione, Schick vaga per il campo in balia di se stesso e dei compagni, Perotti gioca come i bambini delle medie, che danno la palla a quello più bravino sperando che scarti tutti gli avversari. In questo contesto, persino la sosta sarebbe benedetta, se non fosse che noi lunedì saremo tutti a lavorare, mentre quelli lì torneranno in superficie cavalcando le onde di qualche luogo esotico. Marco volta lo sguardo immalinconito verso la tribuna e cerca, anche se sa che non può trovarlo, il Capitano di una vita: «Se almeno ci fosse Francesco, tutto ancora sarebbe possibile. Basterebbe una giocata delle sue, basterebbero 5 minuti. Maledetto tempo». Poi, la fine, e questa volta la sensazione diffusa è che non si sappia bene nemmeno da dove ricominciare. Eppure l'amiamo, e nonostante tutto già pensiamo a San Siro.