Quella secondo cui per una botta di fortuna avuta la sfiga ti debba presentare all'infinito il conto con gli interessi, è una legge non scritta del tifoso romanista che Marco conosce perfettamente. Così, mentre Florenzi festeggia sotto la Curva Sud lo scavetto che se lo avesse fatto Schick il 23 dicembre a Torino il cenone della vigilia sarebbe stato paradiso, Marco ripensa a Fazio col Cagliari ma si ritrova Orsato, che prese le misure alla tecnologia sulle spalle nostre e di Perotti quando era ancora estate, questa volta al Var ricorre due volte, e per due volte dice: «No, buon anno un corno». Roma-Sassuolo diventa così un cotechino senza lenticchie e un brindisi senza bollicine. Marco non dice nulla, mantenendo la calma di chi riguarda il film natalizio già visto mille volte, Carlo invece prova a fare il sarcastico: «Nessuno li ha avvisati che quest'anno la sosta è a gennaio». Ridono in pochi.

La giornata iniziata discutendo di Schick e finita maledicendo tutto e tutti, mette per la prima volta in dubbio quelle che fino a 15 giorni fa sembravano granitiche certezze: la Roma ci è o ci fa? La squadra è sempre sul pezzo o si è sciolta un'altra volta ai primi accenni di salita? Una prima risposta ce la darà la Befana bergamasca, anche se sono in molti che temono altro carbone, che non sarà dolce come quello che il 6 gennaio consegna in dono ai bambini tutto sommato bravi. La buona notizia di un sabato per il resto orrendo era invece arrivata dopo i minuti iniziali del secondo tempo, quando Di Francesco aveva deciso di togliere dal campo Schick, reduce dalla sliding door di Torino e finito nel tritacarne radiofonico romano per un'intera settimana. E mentre Marco era già pronto a prendere atto dell'ennesimo gesto di autolesionismo tutto romanista che avrebbe voluto il giovane ceco sommerso da una pioggia di ingenerosi fischi, ecco, inaspettata, la maturità improvvisa: lo stadio applaude. Non solo la Curva, che pur preferendo la maglia agli idoli si è sempre saputa schierare dalla parte della Roma, ma anche le tribune, per una volta compiacenti.

Così, un pomeriggio poi finito malissimo, era sembrato a un certo punto volgere nonostante tutto al bello, con i bengala non più in Curva ma a casa e pronti a salutare un anno nuovo che nel pensiero di molti forse sarebbe potuto essere davvero diverso e vincente. Eppure, nonostante tutto e tutti, il pareggio che assomiglia molto a una sconfitta, ricorda alla Curva Sud una grande verità: c'è chi crede che vincere sia l'unica cosa che conta, e chi invece della possibile vittoria ne fa una ciliegina su una torta che è essa stessa già un privilegio: «Con i miei fratelli lotterò». È così che si sente Marco mentre guarda Carlo allontanarsi a passo svelto e capo chino verso casa, ed è così che si sente Carlo ripercorrendo con la mente l'ennesima stagione non vincente, eppure unica: il rientro in Curva dopo quasi due anni di assenza, il sapore agrodolce dell'addio al Capitano in maggio e quello aspro dell'eliminazione dalle coppe in primavera, la soddisfazione della vittoria nel derby di novembre, l'orgoglio del trionfale girone di Champions e l'amarezza delle sconfitte con Inter, Napoli e Juventus. È stato come sempre bellissimo. Tra gioie e dolori.