Il commento

Punto e virgola: hashtag bufalari

Non si tratta di mettersi in cattedra a dare patenti di buono o cattivo giornalismo, ma di alzare il livello del dibattito su chi ha in mano oggi l’informazione sportiva

Zaniolo dopo il gol allo Shakhtar

Zaniolo dopo il gol allo Shakhtar (As Roma via Getty Images)

02 Settembre 2022 - 07:00

Date un’occhiata alle riproduzioni dei titoli che abbiamo pubblicato, agli screenshot social, alle bufale citate di esperti e meno esperti di mercato. Qui non si tratta di mettersi in cattedra a dare patenti di buono o cattivo giornalismo. Qui si tratta di alzare il livello del dibattito e chiedersi chi abbia in mano oggi l’informazione sportiva in Italia. Perché ci sono due piani su cui certi fenomeni dilagano.

C’è il piano della cialtroneria, frequentatissimo, che accoglie esponenti della prima e dell’ultim’ora: qui proliferano misere esistenze di improbabili personaggi che cercano di svoltare la bistecca a suon di like, azzimati pifferai che s’ammantano di serietà annunciando colpi ma solo “dopo la pubblicità”, riciclati di bosco e di riviera che dietro l’hashtag #calciomercato s’illudono di razzolare qualche penny per la pensione, pischelli in cerca di gloria che si svegliano sudati di notte sperando di essere loro chiamati da Bonan per la “raffica finale”, e persino apprezzabili professionisti che spesso però si prestano all’indiscrezione sballata in cambio di qualche favore più grosso e poi sono pronti a rinfacciarsi le notizie sbagliate a suon d’insulti, il più delle volte per interposta persona, ma anche, purtroppo, pubblicamente. E guardate che il fenomeno non è poi così contenuto: se si potessero mettere tutte insieme le visualizzazioni delle balle sparate a vanvera tra gli illusionisti di questa categoria verrebbe fuori un malloppo utile a convincere all’investimento qualche ricercato mediaplanner.

Ma la categoria che per certi aspetti preoccupa di più è quella di chi invece si presta scientificamente alla disinformazione più infame. Tra quelli che tengono famiglia e hanno svenduto curricula e testate ai deliri di potere di imprenditori d’assalto, quelli che fanno il lavoro sporco per cinici dirigenti e ambiziosi mediatori e quelli che semplicemente cercano di entrare nel giro che conta e per questo si affannano a certificare le più deliranti veline, il quadro è tristemente completo. Tutto questo ha portato indubbiamente in qualche caso a migliorare le carriere, in altri a guadagnare qualche euro in più, e magari si sarà pure sistemata qualche famiglia che altrimenti non avrebbe trovato di che sostenersi. Alcuni da oggi torneranno a vendere olio o ad occuparsi del Grande Fratello (e scusaci ancora, Orwell). Buon divertimento. Restano però due terribili effetti, neanche tanto secondari: il primo è che la credibilità della categoria giornalistica, puttanata dopo puttanata, è stata ormai irrimediabilmente spazzata via; il secondo, assai più grave, è che gli abitanti del pianeta calcio si stanno assuefacendo a questa mondezza, un po’ com’era capitato ai tempi di Moggi, e dunque si adeguano al malcostume. 

Per fortuna di galantuomini che resistono ce ne sono ancora parecchi, e, per nostra ulteriore fortuna, alla Roma soprattutto. Ecco perché il mercato era stato presentato in un modo ed è andato in un altro. E per tutti gli altri? Nessun timore. Mal che vada c’è uno scranno da occupare in un collegio sicuro, magari di una città da “risarcire” calcisticamente. E poco importa di quale regione sia. Questa o quella che vuoi che conti. L’importante è restare immuni. Da qualsiasi avversità.

 

 

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